Pensandoci sembra quasi che, realizzare i nostri sogni di bambini, sia a volte tradire ciò che siamo diventati, o rappresenti una mancata crescita o accettazione di ciò che in realtà siamo.
La spontaneità di un bimbo dovrebbe presupporre una lealtà forte al proprio essere più intimo, ma essendo la crescita di un animo, sfaccettata ed inafferrabile, proprio in virtù di questa sua caratteristica di continuo cambiamento, risulta difficile pensare che sogni che son diventati quasi ossessioni in età adulta, non dipendano da condizionamenti esterni, da ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo.
“Inquadrare” è una disposizione frequente negli esseri umani, e per un genitore, sempre più spesso genitore per ricerca di approvazione sociale, diventa condizione indispensabile: fin dalle prime espressioni si inizia così a raccontare a un figlio ciò che è, senza lasciarglielo scoprire coi propri passi, nascondendosi dietro una volontà di infondergli quella fiducia, che non essendo ancora stata personalmente trovata, non è ovviamente possibile trasmettere.
Un figlio non è creta da modellare e sostenere in maniera disillusa che con un figlio “ci si mette un estraneo in casa”, dovrebbe invece esprimere quella autonomia di spirito, che coadiuvata da una solida educazione, dovrebbe essere necessaria condizione di crescita.
Disattendere le aspirazioni genitoriali, essendo il loro pensiero estremamente legittimante crea spesso sensi di colpa, che trascinano la propria identità fino alla prima età adulta, stagione in cui il disorientamento sfocia in una liberazione faticosa da ciò che abbiamo ritenuto fosse “condizione di nascita”.
La classica frase “era il mio sogno fin da bambino” che viene solitamente accolta da grandi sorrisi di approvazione, dovrebbe a volte far pensare, perché se è vero che tutti abbiamo sognato un futuro da piccoli, è raro saper scegliere una strada prima che qualsiasi attitudine abbia trovato via d’espressione.
Essere oggetto di una inconsapevole disposizione al conformismo e rifiutare la frequente dicotomia passione/talento, sono trappole che non fanno che ostacolare ulteriormente la visione dei propri obiettivi, macchinazioni accomunate da una propensione alla disonestà intellettuale, che è tipica del nostro periodo.
Proprio in un momento storico in cui, ci sarebbero teoricamente i mezzi per poter esaudire le proprie aspirazioni, ci si ritrova comunque intrappolati in un male che ha contraddistinto ogni epoca: dimostrare non essere. Questo è il problema.
Elena Buffagni
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