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    Il Rischio Globale: il Futuro dell'Uomo è la Natura.

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    Ulrich Beck, probabilmente il più anziano e più ripetitivo sociologo a livello mondiale, si è deciso a sfornare l’ennesimo libro, finalmente con qualche novità e con qualche nozione più precisa: “Conditio humana. Il rischi nell’età globale” (Laterza editori, luglio 2008)
    di  Damiano Mazzotti Ulrich BeckIl vecchio pensatore dell’università di Monaco e della London School of Economics, che avendo trovato il filone aureo della “società liquida e del rischio”, non lo ha poi più mollato, è riuscito a scovare qualche precedente storico molto interessante. In effetti, nella “scienza sociologica”, o meglio nelle “scienze dell’interpretazione sociale”, è difficile essere molto concreti, perciò è molto meglio discutere subito della differenza tra rischio e incertezza.
    Tra l’altro molte persone in Italia e nel mondo sono dell’opinione di Margaret Thatcher: “la società non esiste”, cioè non esisterebbe lo sviluppo di significati condivisi basato sull’esperienza collettiva.

    Frank Knight nel 1916 alla Cornell University disse: “Il concetto di incertezza ha un significato radicalmente diverso da quello a noi familiare di rischio, dal quale finora non è stato mai nettamente separato… Come dimostreremo,un’incertezza misurabile, ovvero un “rischio” in senso stretto… è tanto diversa da un’incertezza non misurabile, da non costituire affatto, in realtà, un’incertezza” (Risk, Uncertainty and Profit, 1921, p. 205).
    Quindi “con il rischio non incombe il caos, oppure la sventura, il pericolo. Piuttosto l’incertezza calcolabile diventa fonte di creatività, la base della possibilità di accettare l’inatteso (U. Beck).

    Queste sono invece le parole di uno dei più grandi economisti di tutti i tempi: “Con il termine conoscenza incerta… non intendo semplicemente distinguere ciò che è conosciuto con certezza da ciò che è solamente probabile: il gioco della roulette non è soggetto, in questo senso a incertezza…
    Il significato in cui io uso questo termine è quello per cui si può dire che sono incerti la prospettiva di una guerra in Europa, o il prezzo del rame e il tasso di interesse di qui a vent’anni… Su queste cose con c’è alcuna base scientifica su cui poter fondare un qualsivoglia calcolo probabilistico. Noi semplicemente non lo sappiamo (John Maynard Keynes, 1937, p. 220, traduzione italiana 1991, p. 125).

    Perciò quando Keynes cerca di svelare gli enigmi dell’economia il suo pensiero ruota in ultima analisi attorno a questa irreversibilità dell’incertezza, che nasce dall’aspirazione dei modelli matematici a superarla. Le teorie economiche basate su modelli sono ipotesi che non corrispondono affatto alle decisioni effettive, alle loro conseguenze e ai loro effetti collaterali nella realtà dell’economia, della società e della politica. Keynes ne trae la conseguenza che le teorie matematiche delle scienze economiche sono fuorvianti e possono solo sfociare in catastrofi se le si applica in maniera acritica al mondo dei fatti (U. Beck, p. 33).
    Probabilmente i mezzi di comunicazione e informazione odierni hanno prevalentemente ingigantito l’estrema precarietà della condizione umana. Però la dinamica della moderna società del rischio si basa sul principio secondo il quale oggi può capitare di vivere in un mondo con qualche pericolo mai esistito prima, ma soprattutto si vive in un mondo che deve scegliere il proprio futuro nelle condizioni di un’insicurezza prodotta, auto fabbricata.

    “Per essere più precisi: viene meno la fede nella capacità della società moderna di controllare i pericoli da essa stessa prodotti, e viene meno non ha causa dei fallimenti e delle sconfitte del Moderno, ma a causa delle sue vittorie” (U. Beck, p. 15-16).
    E anche “gli sforzi rivolti al controllo razionale generano nuove conseguenze irrazionali, incalcolabili, imprevedibili. E’ quanto dimostra la storia della ricerca sugli effetti collaterali della catastrofe ambientale e anche della globalizzazione delle crisi finanziarie (Li Puma/Lee, 2004). Il controllo del controllo può diventare fonte di pericoli e di effetti collaterali di pericoli, la cui fine non può essere prevista” (U. Beck, p. 34 e 35).

    La realtà secondo me è questa: anche il più cretino dei contadini messo di fronte alle tremende e ancora misteriose forze della Natura sa benissimo che è impossibile prevedere il futuro e i suoi rischi reali, mentre la preparazione universitaria, l’arroganza e la superbia di molti “esperti”, “professionisti”, docenti e intellettuali più o meno preparati, li porta a fare errori grossolani e pericolosi, come è accaduto del resto nei vari terremoti delle ultime crisi finanziarie e come accadrà quando si verificherà l’eruzione finale del prossimo shock finanziario (in certi casi si può prevedere l’insorgenza di un evento irregolare e straordinario, ma non si possono mai stabilire i tempi precisi e la sua particolare natura e dimensione).

    Quindi la causa di tutto ciò non sta nelle”piccole” vittorie della Modernità, ma sta nella sua grande sconfitta: l’uso prevalentemente capitalista e fondamentalista delle tecnologie, che provoca il progressivo decadimento del senso di solidarietà e di uguaglianza tra gli esseri umani, decretando così la probabile fine di quel provvidenziale senso di Moralità e di Umanità, che molti uomini e donne hanno conosciuto fino ad oggi (nel modernissimo Giappone il processo di “deumanizzazione” sta creando un po’ di deliri sociali).
    Ma la Natura è fatta di cicli e perciò ci saranno anche cicli naturali e sociali migliori di quest’ultimo. Forse…

    Comunque secondo Beck, uno dei compiti principali delle nuove formazioni politiche nella Società del Rischio è di “fare in modo che la radioattività dia prurito”. Eliminando così “l’irresponsabilità organizzata” delle attuali amministrazioni politiche nazionali e internazionali e del management industriale.
    Perché noi non sappiamo quello che non sappiamo e proprio da questo fatto derivano i pericoli maggiori che minacciano l’umanità. Anche perché “l’orientamento giuridico non fonda più la pace sociale, poiché generalizza e legittima le minacce alla vita e nello stesso tempo le minacce della politica” (pp. 54-55 e pp. 152-153), e poi i progetti industriali e tecnico-scientifici non sono assicurabili (cap. 8), e la società diventa quindi un laboratorio.

    Invece in ambito economico si potrebbe “riflettere seriamente sulla creazione di un Consiglio di sicurezza economico all’interno delle Nazioni Unite… Senza un ordinamento macroeconomico non funziona nemmeno l’economia nazionale più liberalizzata.” (Giddens/Pierson, 1998, p. 176).

    Ricordiamo poi che Thomas Hobbes, il teorico dello Stato Autoritario e forte, considerava anche il Diritto di Resistenza individuale dei Cittadini: se lo Stato tollera o crea situazioni che mettono in pericolo la vita della popolazione, che deve “fare a meno di cibo, dell’aria, dei medicinali o di ogni altra cosa senza la quale può vivere”, allora il cittadino “ha la libertà di disobbedirgli” (Hobbes, trad. it. 2001, p. 355).

    P.S. L’uomo è un bambino che si è perso nel “bosco dei simboli” (Baudelaire), perciò è predisposto a perdersi anche nella politica simbolica dei media (Beck).
     
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