LA DISTANZA

Arida
è questa distanza
che per difenderci
ci separa;
la sento nella durezza
che hai costruito
per mestiere,
è l’ ingranaggio della macchina,
il dolore sordo
dell’ impotenza,
la tristezza sottile
che li trattiene:
so mettermi anch’ io
dall’ altra parte.
(di Stefania Calledda)
D: “Attimi d’ abisso”(Davide Zedda Editore,pagg.108, 10euro) è la sua prima raccolta di poesie. Come è nata la sua ispirazione poetica o la “necessità” di scrivere poesie?
R: Devo ammettere che la necessità di scrivere, in generale, e dedicarmi principalmente alla poesia, in particolare, nasce visceralmente; ho sempre avuto meno difficoltà nell’esprimermi in versi, forse perché la mia tendenza introspettiva e riflessiva mi porta ad un linguaggio meno diretto, più criptico. Oggi riscopro la saggistica, ma la poesia resta il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti, e a volte riesce a colpirci di più, proprio perché supera i limiti della Ragione.
D: Pare che il filo conduttore e la base portante della sua poetica sia la sofferenza…Spesso emergono ritratti di persone malate e sofferenti che, forse, si ricollegano alla sua attività di volontariato. Come nasce questo “Abisso” che non trova conforto neanche nella fede?
R: Sì, esatto, la mia raccolta è un viaggio nella malattia, nella sofferenza, nella vita, la mia e soprattutto quella degli altri, il mio occhio è rivolto all’esterno, sono l’osservatore, l’analizzatore, il confidente, poche volte sono io ad essere al centro della mia poetica, o forse lo sono velatamente. Credo che questo ruolo di osservatore mi ha salvato spesso e volentieri dall’insopportabilità del reale, guardarmi come un medico rendeva le cose più lontane, più razionali, più nitide, più sopportabili appunto.
Oggi attraverso una nuova fase, la nuova raccolta su cui sto lavorando pone un ribaltamento della prospettiva, sono io ad essere il focus, oggi mi diventa inaccettabile quella stessa distanza, più che una necessità, la vedo come un limite.
La fede? La lascio a chi ne ha bisogno, o a chi ne ha il dono se preferite. Vivo bene senza, mi resta la fede negli uomini, ho grande fiducia nell’umanità, pur con tutti i suoi problemi.
D: Amore e poesia bastano ad alleviare le pene di ogni giorno?
R: La poesia aiuta, ma non basta. L’amore è tutto, nel senso più ampio del termine, l’amore per l’altro, le passioni quotidiane, l’amore senza se e senza ma del tuo compagno, della tua famiglia, incondizionato ed intangibile, della comunità a cui appartieni, sia un’associazione o un Centro di cura, tutto questo ha un valore terapeutico di per sé, con risultati più esaltanti degli stessi farmaci. Leggevo, per via dei miei studi personali, che un sano rapporto medico-paziente, con il suo carico di fiducia e sensazione di non essere soli nella battaglia, questa relazione unica e particolare, è terapeutica a prescindere. Sono convinta di questo, ho una profonda visione umanista che si ripercuote anche nella mia esperienza di paziente.
D: Quali letture ha prediletto negli ultimi anni? Ha dei modelli poetici a cui si è ispirata nella composizione di “Attimi d’ Abisso”?
R: In questi ultimi anni, per via degli studi accademici, la saggistica è stato il genere prediletto, a volte mio malgrado. Leggo con piacere però anche i romanzi, in particolare la letteratura latino-americana e Salvatore Niffoi, che trovo sia un poeta della prosa. Per quanto riguarda la poesia, un cordone ombelicale mi lega carnalmente alla poesia di Ungaretti, è più forte di me. Dal punto di vista prettamente contenutistico la poesia del ‘900 italiano è mia “compagna di viaggio” con Baudelaire. Sono per lo più ispirata dalla musica, strumentale soprattutto: jazz, classica, cantautorale… Ecco, De Andrè è forse l’ultimo dei gradi poeti italiani.
D: Stefania Calledda si è laureata in Scienze Politiche e ha scritto vari articoli su temi politico-sociali oltre ad altre collaborazioni nell’ ambito della filosofia politica. Su quali temi si è incentrata la sua attenzione?
R:Politicamente sono proiettata verso una necessaria rivoluzione delle categorie e prospettive filosofiche, ancora troppo ancorate al moderno. La nostra classe dirigente è vecchia, ma non nel senso di anzianità anagrafica, ma proprio nei modelli su cui si fonda; la contrapposizione destra –sinistra è una mistificazione, la guerra fredda è finita, portando con sé la morte di una sinistra credibile che non abbia paura di rimettere al centro i suoi valori fondanti. Per questo continuerà a perdere.
Tra questi valori trovo che la diversità, elemento propulsivo di cambiamento ed emancipazione dallo status quo, è stata accantonata come momento di conflitto per rimarcare un pacifismo democratico che inevitabilmente tende a cristallizzare al realtà. La democrazia non è la fine della storia, definirla l’apice del progresso umano è fuorviante, lo dicevano anche del feudalesimo.
Altra questione che mi preme è l’aspetto della sofferenza come passaggio obbligato per la propria evoluzione, in questo trovo molto riscontro nella filosofia contemporanea e non solo. La perdita, come categoria dell’umano, pare essere una chiave di lettura della realtà molto interessante, ma non ho ancora approfondito abbastanza.
Oggi studio la deriva della medicina occidentale che si è riversata pienamente nel rapporto medico-paziente, di cui è possibile fare una lettura politica precisa, ma questo farà parte delle mie prossime pubblicazioni.
D: Il centrodestra ha vinto in Sardegna. La CISL Sardegna rintraccia le possibili cause nella povertà e disoccupazione in costante ascesa nella vostra splendida isola. Cosa ne pensa?
R: Penso che il risultato sardo non sia frutto del votare pro “Berlusc-acci”, piuttosto un votare contro la Sinistra, un voto punitivo che infatti ha messo in crisi i palazzi romani, con il culmine nelle dimissioni di Veltroni. Anche gli alleati non sono andati bene, un partito comunista che non raccoglie consensi che superino il 10%, non ha senso di esistere e non ha abbastanza peso politico e si ritrova in balia delle forze di maggioranza, per quanto alleate. Trovo l’impossibilità per un comunista, di sedere al fianco di una Binetti, e persino di un Franceschini. Se vogliamo vincere dobbiamo ritrovare le radici, e per farlo l’opposizione deve essere credibile, dura, intransigente. Non sono per una politica moderata, buonista, cerchiobottista, la crisi economica e le grandi trasformazioni globali non ce lo permettono. Bisogna capire da che parte vogliamo stare, tutti noi.
I problemi della Sardegna non solo sono nostri, ma di tutte le periferie del mondo, e allora basta con questi indipendentisti che inneggiano al feudalesimo giudicale, il mondo moderno è in crisi, e gramscianamente ritengo che lo è perché “il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere”. E allora dobbiamo essere il nuovo, “nani sulle spalle dei giganti”, non possiamo guardare avanti senza esserci mai voltati indietro.
Io? In questo mondo “sgarruppato”, “…speriamo che me la cavo…”
| < Prev | Next > |
|---|



