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    Toghe rosso sangue: è un delitto dimenticare

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    Toghe rosso sangue: un viaggio che inizia dai fotogrammi in bianco e nero di un delitto brutalmente ed oculatamente casuale, per finire senza finire davvero nel grigio asfissiante di una sparizione mai spiegata. 17 marzo 1969 – 2 luglio 1994: un viaggio che attraversa venticinque anni della nostra storia, venticinque lunghi anni della vita di molti di noi.
    Da Agostino Pianta a Paolo Adinolfi c’è stato spazio sufficiente per due generazioni; l’una, quella degli anni ’60, cresciuta nell’eco dei grandi attentati e delle stragi degli anni di piombo che traboccavano dai piccoli schermi a segnare in modo indelebile ogni angolo d’Italia, e l’altra, quella degli anni ’90, nata all’ombra immane di una mafia, anzi di più mafie riorganizzate e forti, voraci predatrici dello Stato.

    Sono venticinque anni che Paride Leporace, firmando con il piglio di una appassionata professionalità questa sua opera prima, attraversa segnando le tappe di un labile dolore collettivo che urlava in silenzio un desiderio ed una urgenza di memoria. Una memoria a volte blandita o piuttosto ingannata da una manciata d’aule di tribunale, vie, piazze, palazzi di giustizia che debolmente recitano nomi sconosciuti ai più, a volte sospesa in una verità che non si è trovata, in una giustizia che non è stata compiuta.

    E’ questo un libro che va letto due volte, è un viaggio da affrontare senza indugi per ritornare poi di nuovo nei luoghi delle singole storie a ritrovare quei nessi che tanto presente ci spalancano, quei perché alle tante risposte che pensavamo di esserci già date. E’ un libro che parla di morte, ma anche di vita, tanta vita che segna il destino di alcuni, che condivide l’ansia di tanti, che plasma il futuro di “un’ Italia confusa”.

    C’è in queste pagine, forti di una verità senza orpelli ma non priva di cuore, l’immagine di una magistratura esemplare ma non insospettabile, di una politica che scivola, di un idealismo che cede alla disperazione, di una società che confonde e si confonde deviando pericolosamente dall’errore della lotta armata all’orrore delle mafie.
    C’è tanto da rileggere, tanto da ricordare o da apprendere di e da questo passato e anche da meditare, perché l’indolenza o l’indecisione presente non ci sconfiggano per sempre come l’indugio tardivo del brigatista Carletto che non servì a salvare la vita del giudice Palma.

    Ventisette capitoli, ventisette storie di magistrati che iniziano e concludono un libro, ma non certo concludono il racconto di una efferata lotta contro lo Stato che muta nei protagonisti, si evolve nei metodi e sembra non lasciare spazio alla speranza allorquando lo Stato nemmeno lo si distingue più.

    E Paride Leporace questo racconto che ha voluto sottrarre all’oblio per dono alla nostra/ nostre generazioni continua a scriverlo sulle pagine del suo giornale cercando in tanto odierno debordare di opinioni di presentarci una realtà capace di tracciare il ritratto vero e la vera storia di tanti altri magistrati che continuano a morire di nuove e varie morti a causa di altre e diverse condanne.

    L’impegno di memoria e di verità di questo valente e tenace giornalista, che per amore di lealtà professionale ed umana rivendica orgogliosamente per sé il diritto alla contraddizione (“perchè fratello gemello del cretino moderno…è anche chi resta ostinatamente sulle proprie posizioni”), ci sembra il miglior modo di celebrare questo prossimo 19 luglio, ennesimo anniversario di una delle stragi più drammatiche che l’Italia ricordi, quella che, forse, più seme di ribellione ha sparso, più germe di rinascita ha generato. Perché vogliamo continuare a credere che “… ci sarà sempre un giudice per giudicare un assassino".

    Anna Rivelli
    http://www.noicittadinilucani.ilcannocchiale.it/

     
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