Uscire dalla crisi non significa certo un punto in più del PIL, o un temporaneo buon andamento della Borsa, né tantomeno possiamo rifare l’errore di affidarci all’alta Finanza, che gioca con i soldi facili delle speculazioni.Ciò che è mancato in questi anni è una politica seria per il lavoro: la produzione, lo sviluppo tecnologico e il progresso sociale, attraverso un miglioramento del tenore di vita delle classi subalterne ed in modo particolare un investimento serio sul lavoro dipendente, oltre che sulla piccola e media impresa, che di fronte alla crisi industriale, può ancora reggere il colpo, se solo legislazione e ricerca fossero a loro vantaggio.
L’unico modo per uscire dalla crisi è ricominciare a parlare di lavoro, porre la questione dell’occupazione come prioritaria ad ogni tavolo decisionale. Occupazione, vera, non certo quella dei “contrattini” da fame del modello neoliberale del precariato a vita, parlo di un’etica del lavoro che restituisca dignità al lavoratore e spinga le famiglie a cercare un miglioramento delle proprie condizioni attraverso il consumo ed altre forme di godimento dell’era contemporanea.
La proletarizzazione della classe media e dei piccoli imprenditori costituisce un elemento preoccupante dell’andamento economico di un Paese, messo in ginocchio dall’immobilismo e dalla corruzione. Occupazione è la parola chiave per ricominciare a far muovere la macchina dell’economia mondiale. Nuove, inoltre, sono le scommesse del millennio che stiamo vivendo, a cominciare dall’acquisizione di un modello sostenibile di sviluppo, non più basato sulla crescita, ma piuttosto che punti ad un benessere trasversale a partire dai nuovi valori della salvaguardia ambientale, dell’emancipazione sociale, dell’affermazione dei diritti umani.
Il lavoro non è solo un diritto, sancito con chiarezza dalla Costituzione, il lavoro è soprattutto un valore su cui fondare la società del domani.
Stefania Calledda
http://muliniavento.stefaniacalledda.it/
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