Sono passati quarant’anni dal 12 dicembre 1969, allorché – alle 16,37 – un attentato distrusse la Banca nazionale dell’agricoltura di Milano, provocando diciassette morti e più di ottanta feriti. Nello stesso giorno un ordigno inesploso fu rinvenuto dentro la Banca commerciale della città ambrosiana, mentre altre tre bombe deflagrarono a Roma (due al Vittoriano e una terza nei pressi della Banca nazionale del lavoro), causando numerosi feriti. Gli attentati segnarono l’escalation della “strategia della tensione”, già in atto da qualche tempo in Italia.
Tra il 1970 e il 1984, infatti, il Belpaese fu insanguinato da un’interminabile serie di stragi e di misteriosi “incidenti”, tra i quali ricordiamo: il deragliamento del treno “Freccia del Sud” (22 luglio 1970), il tentato golpe di Junio Valerio Borghese (8 dicembre 1970), la strage di Peteano (31 maggio 1972), l’eccidio alla questura di Milano (17 maggio 1973), la strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), l’attentato al treno “Italicus” (4 agosto 1974), l’agguato di via Fani a Roma (16 marzo 1978), la tragedia di Ustica (27 giugno 1980), la bomba alla stazione di Bologna (2 agosto 1980), l’attentato al treno 904 (23 dicembre 1984).
Secondo un’opinione assai diffusa, molti di questi luttuosi eventi erano ascrivibili a un preciso disegno strategico: spostare a destra gli equilibri politici nazionali, ponendo fine alle spinte riformatrici che negli anni Sessanta avevano mutato la società italiana.
Le indagini iniziali – Le indagini sulla strage di piazza Fontana seguirono, almeno all’inizio, la cosiddetta “pista rossa”. La questura milanese interrogò subito gli anarchici che ruotavano attorno al circolo “Ponte della Ghisolfa”, mentre a Roma vennero inquisiti i membri del gruppo anarchico “22 marzo”, nelle cui fila risultarono poi esserci anche elementi della destra neofascista e un poliziotto infiltrato. I sospetti si concentrarono ben presto su Pietro Valpreda, un ballerino milanese da qualche tempo residente a Roma, che l’11 dicembre si era spostato in macchina dalla capitale a Milano.
Gli interminabili processi – Nell’ottobre del 1972 la Corte di Cassazione decise di trasferire a Catanzaro il procedimento contro gli anarchici,
ma il secondo processo fu sospeso dopo due anni, in seguito al coinvolgimento di Freda e Ventura. Il terzo processo, iniziato nel gennaio del 1975, fu a sua volta sospeso dopo un anno, allorché emersero sia le responsabilità nella strage di Milano del giornalista Guido Giannettini, sia le attività di copertura messe in atto dal capitano Tonino La Bruna e dal generale Gianadelio Maletti: i tre personaggi facevano parte, a vario titolo, del Servizio informazioni difesa (Sid).
Un quarto processo cominciò nel gennaio del 1977 e si concluse nel febbraio del 1979 con la condanna all’ergastolo di Freda, Giannettini e Ventura e l’assoluzione di Valpreda e degli altri anarchici, mentre La Bruna e Maletti furono condannati, rispettivamente, a due e a quattro anni di reclusione (per favoreggiamento). Tuttavia, nel marzo 1981 la Corte d’appello di Catanzaro assolse tutti gli imputati dal reato di strage, condannando Freda e Ventura a quindici anni di carcere per associazione sovversiva (in riferimento, però, ad altri attentati) e dimezzando le pene per La Bruna e Maletti.
Una nuova ipotesi – Vari studiosi hanno cercato nel corso del tempo di svelare i misteri che segnarono la “strategia della tensione” e di spiegarne il significato storico-politico.
Le conseguenze politiche della strage – La strage di piazza Fontana ebbe delle rilevanti ripercussioni politiche, poiché si inserì non solo nei conflitti esistenti in quegli anni fra la maggioranza e l’opposizione, ma anche nelle divisioni presenti all’interno del governo di centrosinistra, allora presieduto da Mariano Rumor. Nell’esecutivo, infatti, esisteva una profonda cesura tra coloro che (come lo stesso Rumor e il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat) volevano uno spostamento a destra degli equilibri politici e chi (come Aldo Moro e Carlo Donat-Cattin) auspicava, invece, una riedizione più organica dell’alleanza di centrosinistra, con una graduale apertura anche al Partito comunista italiano (dentro il quale si stavano delineando tendenze socialdemocratiche).
Stando a quanto sostenuto sia da Cucchiarelli, sia dai Bellini, dopo i tragici fatti del 12 dicembre fra le due componenti governative si addivenne a un compromesso e, anche per effetto della grande mobilitazione popolare che contrassegnò i funerali delle vittime, si rinunciò a decretare lo stato di emergenza e a sciogliere il parlamento, facendo sì, però, che si celasse la matrice neofascista degli attentati e che l’opinione pubblica prestasse credito alla “pista rossa”.
La crisi della Prima repubblica iniziò, a ben vedere, proprio allora: da piazza Fontana in poi, infatti, la democrazia italiana visse in un continuo clima di tensione, alimentato da forze eversive di vario orientamento, che contribuì a impedire ogni sostanziale cambiamento politico. Tutto ciò ci rimanda alle altre stragi, alle trame della Loggia P2 e agli “anni di piombo”, argomenti dei quali, tuttavia, parleremo in qualche altra occasione.
Giuseppe Licandro
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