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    Il perizoma di Gandhi: il khadi e la costruzione di una nazione

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    L’immagine di Gandhi vestito semplicemente con un perizoma e uno scialle di cotone mentre fa girare un arcolaio è familiare in tutto il mondo. In realtà quello che noi chiamiamo perizoma è il dhoti, un indumento maschile indossato tradizionalmente dai contadini indiani.

    Una volta rimboccato si trasforma in un paio di braghe corte adatte a lavorare nei campi; se invece si allenta ha l’aspetto di un’ampia gonna lunga fino alle caviglie.



    gandhiIl fatto che il Mahatma, figura esemplare, avesse scelto una veste contadina è già di per sé significativo: l’adozione di un unico abito per tutti gli indiani, indipendentemente dalle loro differenze economiche o religiose, era in aperto contrasto con il sistema delle caste contro il quale Gandhi si scagliò più volte. Vestendo quell’abito gli indiani avrebbero compiuto una specie di atto di povertà e uguaglianza tra loro, rinunciando allo sfarzo e indirizzandosi a uno stile di vita semplice e sobrio.


    Gandhi vuole il kadhi

    Il perizoma di Gandhi aveva però un surplus simbolico: era tessuto col metodo kadhi, un sistema di filatura e tessitura a mano del cotone e della seta che il Mahatma promosse come strumento di riscatto sociale ed economico per le comunità rurali e l’intero Paese. Ma del vero khadi ottenuto da fibre di cotone o di lana filate a mano e tessute su telai a mano, soltanto pochi nel subcontinente avevano conservato la sapienza. Così il Mahatma faticò molto a trovare chi gli insegnasse l’arte della filatura e della tessitura.

    Lo aiutarono alcune donne dell’ashram di Ahmedabad e grazie a loro nel 1919 poté indossare un dhoti di puro tessuto khadi. Con i suoi sostenitori iniziò quindi a praticare la tessitura dei propri vestiti usando un filatoio manuale (il charka) e invitò tutti gli indiani a seguirlo nel vestire di puro khadi.

    Gandhi aveva scritto nel 1921: “I tessuti che importiamo dall’Occidente hanno letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle. Un Paese rimane in povertà, materiale e spirituale, se non sviluppa il suo artigianato e le sue industrie e vive una vita da parassita importando manufatti dall’estero”. Il dhoti filato in kadhi era la realizzazione più immediata di un principio fondamentale del pensiero politico di Gandhi: lo swaraj, ovvero l’autosufficienza economica.

    Gandhi intendeva sostituire l’economia centralizzata di tipo industriale, imposta dal colonialismo britannico, con un sistema artigianale e decentrato. L’India libera da lui auspicata non era un vero e proprio Stato nazionale unitario, ma una confederazione di villaggi autonomi e autosufficienti, in cui il potere politico ed economico doveva essere gestito da assemblee locali. Gandhi considerava questi villaggi così importanti che pensava di dar loro lo status di Repubbliche Villaggio.


    Il movimento di autosufficienza economica

    In conformità a questa idea autonomista, Gandhi creò il movimento Swadeshi, che si impegnava a diffondere e rendere popolare il principio dell’autosufficienza economica. Tutto ciò che veniva prodotto nel villaggio doveva essere usato soprattutto dai membri del villaggio stesso. Il commercio fra villaggi o quello fra villaggio e città doveva essere minimo, quasi un’eccezione. Swadeshi stigmatizzava la dipendenza economica da mercati esterni, in quanto poteva rendere vulnerabile il villaggio. La comunità rurale doveva infatti costruire una solida base economica per soddisfare la maggior parte dei suoi bisogni, e tutti i membri della comunità avrebbero dovuto dare priorità alle merci e ai servizi locali. Ogni villaggio dell’India libera era pensato come un microcosmo del Paese, inteso come una rete di comunità liberamente interconnesse.

    Il perizoma kadhi divenne anche un simbolo della rivolta anticoloniale non violenta. La tessitura rappresentava una forma di lotta contro l’impero britannico da cui venivano importati i vestiti di foggia occidentale, prodotti in Inghilterra. Il regime coloniale avrebbe così subito una perdita economica per la loro mancata vendita. L’arcolaio che serviva a filare indumenti kadhi assunse una tale importanza che quando nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza il disegno della ruota dell’arcolaio entrò a far parte della bandiera, e i vestiti kadhi divennero l’uniforme ufficiale del Partito del Congresso Indiano.


    Vestire la nazione di Gandhi

    In Clothing Gandhi’s Nation, Lisa Trivedi, studiosa del nazionalismo e del colonialismo di origine indiana, ha analizzato come dopo l’indipendenza il kadhi sia stato usato per creare un’immagine visiva dell’identità nazionale indiana.

    Il movimento Swadeshi capì che in un Paese ancora prevalentemente rurale era indispensabile promuovere i principi di autosufficienza economica oltre le élites urbane, nelle campagne del subcontinente. Creò quindi una serie d’immagini visuali in grado di comunicare con le diverse popolazioni indiane, caratterizzate da lingue e religioni diverse. Due, in particolare, furono le strategie che il movimento utilizzò: i tour in cui venivano mostrate diapositive di produzioni regionali di tessuto kadhi e le esibizioni di prodotti kadhi.

    Entrambe le strategie si basavano su una propaganda visiva, dimostrativa e pratica dei principi di autoproduzione dei tessuti. L’uso di una campagna visuale era doppiamente strategico: serviva a superare l’eterogeneità linguistica della giovane nazione e, cosa ancora più importante, a comunicare a masse quasi completamente analfabete il senso della geografia nazionale.

    I tour di diapositive

    Cos’era di preciso un kadhi tour? Si trattava di piccole delegazioni, da tre a dieci lavoratori kadhi, in visita in un villaggio delle campagne indiane. A volte erano le stesse comunità che contattavano il movimento chiedendo assistenza per dimostrazioni di tessitura col telaio. A volte invece era il movimento Swadeshi, o Gandhi in persona, che sceglieva la comunità. La raccolta di fondi era uno degli scopi primari dei tour. Le comunità aspettavano il Mahatma o i suoi rappresentanti con un borsellino già pieno di contributi, e molto spesso le donne donavano i loro gioielli ai lavoratori kadhi.

    La cosa che rendeva questi eventi particolarmente popolari era però l’utilizzo di lanterne magiche per proiettare le fotografie. Usata all’inizio per scopi educativi, soprattutto per raccontare la Bibbia col supporto d’immagini colorate a tutto schermo, la lanterna magica, paragonabile ai nostri attuali proiettori di diapositive, era lo strumento antesignano del cinematografo, inventato nel 1895 dai fratelli Lumiere.

    Il potenziale eccitamento scatenato nei villaggi dalle diapositive non deve essere sottovaluto. Anche se il cinematografo e la fotografia erano già stati inventati, la loro diffusione era ancora minima in India, limitata alle élites urbane dell’amministrazione coloniale. Con la lanterna il movimento sperava di catturare l’immaginazione degli spettatori con una tecnologia visiva nuova per le comunità rurali, proponendo una forma più moderna degli intrattenimenti tradizionali di cantastorie e gruppi di danzatori e attori itineranti.


    Propaganda visiva

    Oltre a essere nuova, questo tipo di propaganda era anche particolarmente economica. I pacchetti di slide già pronti erano vendute dall’organizzazione centrale del movimento, che si trovava in Bengala, alle organizzazione locali diffuse in tutto il sub continente per poche rupie. Insieme presentano una mappa della nazione, di posti, genti e oggetti che concorrevano a creare l’idea d’india. Anche se non esistono più esemplari originali di queste diapositive, sappiamo per certo che si trattava di 5 serie per un totale di 270 immagini che ritraevano persone o luoghi chiave della nazione indiana. I personaggi rappresentati erano Gandhi, i lavoratori kadhi, i professori nei collegi nazionali, i tessitori musulmani, gli intoccabili.

    Le immagini di luoghi invece a prima vista potevano sembrare incongruenti, ma prese insieme davano un’idea chiara di cosa il movimento Swadeshi intendeva per nazione. Ad esempio la serie South African Satyagraha conteneva ritratti delle attività politiche di Gandhi in Sud Africa, la serie sulla Jallian Wallah Bagh, invece, conteneva fotografie dell’omonimo massacro avvenuto nel 1919 ad Amristar, una cittadina del Punjab. In quell’occasione l’esercito britannico sparò a una folla che assisteva a un comizio in un’angusta piazzetta della città, causando 1500 tra morti e feriti. Proiettare queste immagini permetteva a tutti gli abitanti dell’India d’identificarsi con gli abitanti del Punjab che avevano sofferto a nome di tutta la nazione.

    La North−Bengal Flood Series, infine, mostrava le immagini di una devastante alluvione che nel 1925 aveva colpito la regione del Bengala. Quello che si chiedeva allo spettatore era d’identificarsi con i problemi del proprio vicino colpito da disastri naturali, e di raccogliere soldi per donare a queste popolazioni cotone grezzo e arcolai. Si trattava di una filantropia a scopi nazionalistici del tutto simile a quelle cui abbiamo assistito dopo il terremoto in Abruzzo: in momenti di crisi la nazione si riconosce come tale, si stringe alle popolazioni colpite in un abbraccio empatico, e si rafforza.


    Le esibizioni

    Oltre ai tour di diapositive il movimento Swadeshi organizzava anche esibizioni itineranti di prodotti kadhi, che imitavano le esibizioni imperiali britanniche ma le piegavano ai propri scopi nazionalistici. Come nei tour, per veicolare i principi del movimento, l’aspetto d’intrattenimento era centrale. Le esibizioni erano molto pratiche. I visitatori potevano vedere in prima persona e toccare con mano come si filava il cotone grezzo. Molto spazio era dedicato a bancarelle che vendevano prodotti kadhi fra cui dhoti, sari, coperte, asciugamani, scialli e borse.

    Le mostre creavano così una geografia al contempo materiale e immaginifica della Nazione. Bastava seguire sui giornali i loro spostamenti per avere un tracciato dei confini dell’India, la mostra stessa era una mappa della nazione. Era quasi una competizione in cui varie regioni rivaleggiavano nel mostrare le potenzialità del kadhi nel creare prodotti belli da vedere e da indossare. Oltretutto, poi, gli organizzatori costruivano attorno alle esibizioni recinti di legno e li ricoprivano di vestiti khadi. Li decoravano con bandiere con al centro l’arcolaio e con festoni del medesimo tessuto. Questi steccati formavano un confine simbolico al cui interno le differenze di classe, casta e genere erano almeno temporaneamente sospese.

    Sessantadue anni dopo l’indipendenza questi vestiti mantengono ancora oggi un posto centrale nell’immaginario nazionale, tanto che, quando nel 1996 il governo di Delhi propose di smettere di sovvenzionare il costo del kadhi, scoppiarono delle enormi proteste. Questo tessuto è usato per la bandiera e continua a essere il vestito non ufficiale dei politici indiani.




    Francesca Nicola

    www.filopop.com

     
    Author Profile: Luigi Ciamburro

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