Una punta di tristezza ha contraddistinto questa giornata. La morte di Salinger, per quanto attesa, è un evento che dovrebbe segnare i tempi, con la stessa intensità con la quale l'hanno segnata le sue opere.
Uomo non facile (ma chi lo è?), aveva preferito l'eremitaggio moderno alle luci della ribalta, con ogni probabilità in accordo con il carattere della sua opera maggiore: Il giovane Holden (The catcher in the Rye). Interprete del disagio giovanile del secondo dopoguerra, ha scritto dialoghi memorabili e affrescato un'intera generazione che faceva del presente l'unica via da percorrere.
Famosissima la domanda che Holden fa al tassista riguardo alle anitre e al loro destino quando il lago era ghiacciato. Un passaggio che dipende dal contesto della situazione e che definisce tutto un clima spirituale in poche righe. Un passaggio impunemente trafugato da Pieraccioni nel film "I laureati", senza neanche la decenza di citarne l'origine in qualche modo.
Da un punto di vista esteriore (in realtà non ha mai rilasciato nessuna intervista in proposito) la scelta di Salinger, oltre ad essere molto rara, potrebbe risultare pericolosa ed indigesta, nella società dell'apparenza e della notorietà ad ogni costo.
O forse ha fatto semplicemente come Michele di Ecce Bombo: "mi si nota di più se non vengo o se vengo e...", scegliendo appunto di non andare alla festa.
E se Bret Easton Ellis esulta alla sua morte proponendo di farne una (a che cosa può arrivare uno per vendere qualche libro in più), noi siamo un po' spaesati nel sapere che un uomo d'altri tempi non c'è più, che una voce del tutto fuori dal coro ha smesso di cantare. Noi che piangiamo la scomparsa degli amici lontani.
Noi che vediamo la vita com'è e attaccata alla materia. Ma per fortuna, usando parole del grande Dante Alighieri, "l'uom s'etterna".
Emiliano Sabadello
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