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    Darfur, la guerra continua

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    La guerra non è finita in Darfur, la regione sudoccidentale del Sudan. Il processo di pace tanto decantato da giorni dal governo di Khartoum non è neanche partito.

     

     

    sudan_omar_el_bashir_presidente_sudaneseA dispetto di quanto ha affermato recentemente ad El Fasher, capoluogo del Darfur del nord, il presidente sudanese, Omar Hassan el Bashir. “Il Darfur è di nuovo in pace, i combattimenti sono terminati ed ora può partire lo sviluppo”, aveva detto el Bashir. Nella regione sudanese, dove è in corso una guerra etnica dal febbraio 2003, ieri invece, si sono di nuovo verificati scontri tra ribelli e forze governative. I combattimenti sono avvenuti presso la città di Deribat nella provincia di Jebel Marra. Nella città vi risiedono 50mila abitanti e la provincia è considerata una roccaforte del 'Sudan Liberation Army' SLA di Abdel Al-Nur, grande gruppo ribelle storico del Darfur che però, non ha firmato la tregua di Doha. Quest'area è attualmente la più contesa della regione sudanese pertanto teatro di sanguinosi scontri. L'episodio di fatto sancisce la violazione del cessate il fuoco appena firmato lo scorso martedì 23 febbraio a Doha in Qatar, tra i miliziani del ' Justice and Equality Movement' JEM, l'altro principale gruppo ribelle del Darfur guidato da Ahmed Mohamed Wady, e il governo di Khartoum. Secondo un portavoce dello SLA ad attaccare sarebbero stati i militari di Khartoum. “Vi sono stati combattimenti fino a notte inoltrata e in parte oggi. Il governo ha deciso un attacco sostenuto da elicotteri e aerei Antonov e caccia. E' questa la pace che offrono?”, ha affermato il portavoce dello SLA. Il gruppo si è sempre opposto con fermezza al dialogo con le autorità di Khartoum in cui non pone alcuna fiducia. Solo nel 2006 avvenne una spaccatura nel suo interno, quando il capo di una sua fazione, l'ex ribelle, Minni Arcua Minnawi, firmò un'intesa con le autorità sudanesi che lo portò a ricoprire la carica che detiene ancora attualmente, quella di assistente presidenziale.

     

    In verità appare difficile mettere in dubbio l'affermazione dei rappresentanti del gruppo ribelle. Quello del governo di Khartoum è un 'giochetto' sperimentatissimo. Mentre da un lato porge la mano ad uno dei contendenti dall'altro porge il pugno chiuso all'altro contendente. Questo lo sanno bene le diplomazie internazionali che hanno salutato l'evento con moderazione. Alla notizia che il governo di Khartoum e lo JEM avevano firmato prima, lo scorso sabato, un accordo quadro nella capitale del Ciad, N'Djamena, alla presenza del suo fautore, il presidente ciadiano Idriss Deby che è ritenuto alleato e sostenitore del JEM e poi, martedì a Doha l'accordo ufficiale che dovrebbe condurre ad un accordo comprensivo di pace entro il 15 marzo prossimo, nessuno ha esultato. “L'intesa sul cessate il fuoco è un importante primo passo per ridurre la violenza in Darfur”, aveva affermato con un laconico comunicato il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Philip Crowley. Mentre il segretario generale dell'ONU, Ban Ki moon, aveva affidato la sua 'soddisfazione' ad una nota ufficiale. Da anni il Palazzo di Vetro punta inutilmente a raggiungere la pace in Darfur. E' Djibril Bassole, l'attuale mediatore speciale dell'ONU e dell'Unione africana, Ua, per il Darfur che sta cercando invano di raggiungere questo importante obiettivo. Alle trattative che hanno portato a questo accordo di pace ha anche attivamente partecipato la Comunità di Sant'Egidio. Il sentore che neanche stavolta la pace sarebbe durata era nell'aria. Da settimane infatti, mentre erano in corso le trattative per giungere ad una 'pace' con il gruppo ribelle dello JEM, i ribelli dello SLA erano invece, sottoposti a continui raid aerei sulle loro postazioni e sui villaggi abitati dai civili. Dalle stime fatta dalle poche Ong che ancora operano sul territorio sudanese sono almeno un centinaio i civili uccisi dallo scorso dicembre ad oggi. L'episodio più significativo e sanguinoso è avvenuto lo scorso 16 gennaio a Souk Fruk. Allora oltre 200 veicoli militari carichi di soldati sudanesi e miliziani filo governativi appoggiati dall'aviazione lanciarono un pesante attacco contro le postazioni ribelli. Il numero delle vittime causato da quest'offensiva militare fu di almeno 10 ribelli uccisi, ma con loro colpiti a morte anche 20 civili, tra cui donne e bambini, che si trovavano in un mercato vicino alla zona degli scontri. Dal febbraio del 2003, a causa della guerra civile in corso in Darfur, secondo stime fatte dall'ONU, sono circa 300 mila i morti e 2,7 milioni gli sfollati su una popolazione complessiva di 6 milioni di persone. Una vera e propria crisi umanitaria innescata dal conflitto. Un conflitto iniziato tra miliziani filo governativi appoggiati dal governo sudanese e i ribelli locali. Per i morti in Darfur e per tante altre ragioni, sul capo del presidente sudanese pende un mandato di cattura internazionale emesso lo scorso anno dall'Alta Corte penale internazionale, Cpi. L'accusa è l'aver compiuto crimini di guerra e crimini contro l'umanità in Darfur. Per 'sfuggire' a quest'accusa da tempo el Bashir è impegnato in una campagna di sensibilizzazione dei Paesi amici, per ottenere consensi e appoggi, e di riappacificazione 'forzata' con le genti del Darfur, per ottenere testimonianze di buona volontà. Inoltre è impegnato in una serie di contatti con i diversi gruppi ribelli del Darfur per ottenere un impegno alla pace. Un impegno questo collegato al fatto che quest'anno, ad aprile, in Sudan si dovrebbero svolgere le elezioni generali: sia le presidenziali sia le legislative. I combattenti dello Jem, nel maggio 2008, si erano resi protagonisti di un formidabile attacco senza precedenti contro la città di Omdurman. La città che sorge sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Khartoum. Le forze di sicurezza sudanesi riuscirono a respingere i ribelli solo dopo violenti combattimenti. Negli scontri morirono oltre 200 persone. Mentre tribunali speciali vennero istituiti per processare e condannare i ribelli catturati. Oltre 100 membri dello JEM vennero condannati a morte. Il presidente el Bashir dopo aver annunciato, poco dopo la firma dell'accordo, che annullava queste sentenze di morte, lo scorso 20 febbraio ha anche rilasciato 57 membri del gruppo ribelle che erano detenuti nelle prigioni sudanesi.

     

    Nel frattempo in Sudan la campagna elettorale è già entrata nel vivo. A lanciare la sua sfida al presidente uscente el Bashir, è stato, lo scorso 15 febbraio, il 'Sudan People's Liberation Movement', Splm. Si tratta di uno dei gruppi ribelli che hanno combattuto la ventennale guerra tra il nord e il sud del Paese. Dopo la pace raggiunta nel 2005, diventati partito, ora fanno parte della coalizione di governo. Quelle di aprile di fatto saranno le prime elezioni libere e multipartitiche degli ultimi 24 anni. A queste elezioni l'Splm punta su un forte candidato, Yassir Arman. Il gruppo dovrebbe raccogliere numerosi consensi specie nel sud del Paese dove vivono milioni di emarginati indipendentemente che siano cristiani o amnisti. Un elettorato che rappresenta un quarto degli elettori. Tutto questo rende l'Splm un temuto rivale per il 'National Congress Party', Ncp , il partito di el Bashir che invece, gode dei consensi del ricco nord soprattutto arabo e musulmano. Se nessun dei candidati alla presidenza raggiungerà il 50 per cento dei voti al primo turno, è previsto un ballottaggio a maggio.

     

     

     

     

    Ferdinando Pelliccia

     

     

     
    Author Profile: Luigi Ciamburro

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