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    Jihad: caos religioso, politico ed economico

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    Cosa accomuna l’appello del leader libico Muammar Gheddafi a compiere il jihad contro la Svizzera “infedele”, e l’attacco del primo ministro italiano Silvio Berlusconi ai magistrati, definiti “Talebani”? Al di là del fatto che i due paesi hanno un rapporto di vicinato sulle sponde opposte del Mediterraneo, ciò che accomuna i due discorsi è l’uso di forti sentimenti – religiosi o nazionalistici – per mobilitare le masse a cui tali discorsi sono rivolti.

     

     

     

    A seguito della crisi nei rapporti tra la Svizzera e la Libia, scoppiata nel luglio 2008 perché la polizia elvetica aveva arrestato uno dei suoi figli, Gheddafi ha deciso di ricordarsi del jihad, ed in occasione della festa che ricorda la nascita del Profeta, ha invitato da Bengasi a compiere il jihad contro la Svizzera, definita uno stato infedele che distrugge le moschee. Nel suo discorso, Gheddafi ha detto: “Qualunque musulmano ovunque nel mondo che tratta con la Svizzera è un infedele contro l’Islam, contro Muhammad, contro Dio, e contro il Corano”.

     

    gheddafi21Dal canto suo, il primo ministro italiano Berlusconi ha voluto paragonare i magistrati italiani ai Talebani nella stessa settimana in cui l’informazione locale aveva riferito dell’uccisione di un soldato italiano a Kabul per mano dei combattenti talebani. Berlusconi non è d’accordo con la magistratura italiana perché quest’ultima non emette verdetti di suo gradimento. Per questa ragione, il primo ministro italiano ha più volte accusato la magistratura di perseguitarlo per motivi politici, insinuando che essa sarebbe manipolata dalla sinistra italiana.

     

    Il 13 ottobre 2009 avevo accennato dalle pagine di questo giornale al fatto che il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh aveva descritto i seguaci del movimento secessionista del sud del paese come apostati e traditori dell’Islam, paragonandoli a chi rinnega la religione islamica. Avevo definito questa dedizione alla diffamazione religiosa, e l’impiego di accuse religiose contro gli avversari politici, una trappola pericolosa in cui tutti sembrano cadere.

     

    Che alcuni dotti religiosi o alcuni seguaci di movimenti dell’Islam politico accusino i loro avversari di miscredenza, di apostasia, o di essere nemici della religione, e che invitino a compiere il jihad contro di essi, è una cosa comprensibile – anche se certamente non accettabile – perché è “in accordo” con la natura del discorso politico di questi gruppi, dei loro sheikh e dei loro attivisti.

     

    Ma ciò che è incomprensibile è che dei politici laici ricorrano a questo metodo – leader di stati che si professano civili, che combattono il fondamentalismo e l’estremismo religioso, e poi in un attimo sono pronti a pronunciare discorsi dai toni forti spingendosi al di là degli sheikh che sostengono il fanatismo religioso, e al di là degli slogan dei membri dei gruppi fondamentalisti. Questo sì che è strano!

     

    Il discorso del leader libico, e prima di lui le accuse del presidente yemenita, sono comprensibili nel contesto arabo-islamico che è ancora prigioniero delle categorie e dei conflitti del passato, non essendo le società arabo-islamiche riuscite ad approdare allo stato civile, ed alla separazione della religione dallo stato e dalla società. Per queste ragioni, nessun leader arabo o musulmano troverà difficoltà a diffondere o a promuovere un discorso religioso politicizzato di fronte a delle masse pronte e “programmate” per reagire a questo tipo di discorsi e di strumentalizzazioni politiche della religione.

     

    Ma quello che è sorprendente è come un presidente di un governo eletto in uno stato laico e civile – con un popolo appartenente ai popoli europei, che ha raggiunto la propria modernità lasciandosi alle spalle i conflitti del passato – possa ricorrere all’utilizzo di questa forma di ricatto nei confronti dei propri avversari. Descrivere qualcuno in Italia, in Germania, o in Gran Bretagna, come un membro dei Talebani o di al-Qaeda equivale a descrivere qualcuno nel mondo arabo-islamico come un membro del movimento sionista.

     

    L’obiettivo di simili descrizioni è di impiegare il serbatoio di sentimenti delle masse per colpire una determinata persona o un determinato gruppo.

     

    Questo significa forse che i politici di tutto il mondo in questo momento scommettono sul fatto che la via più rapida e più semplice per eliminare i propri avversari stia nella strumentalizzazione della religione?

     

    Una cosa di questo genere è più pericolosa di una corsa al riarmo nucleare, e le “radiazioni” del fanatismo religioso sono più nocive e persistenti delle radiazioni atomiche.

     

    Abbiamo potuto sperimentare come abbiamo sofferto, e come continuiamo a soffrire, delle “radiazioni” del jihad afghano, che fu “arricchito” nei primi anni ’80. Le “fuoriuscite” del “reattore” jihadista afghano continuano a propagarsi in tutto il mondo. Le radiazioni di questo reattore afghano hanno raggiunto le Torri gemelle del World Trade Center di New York, così come hanno raggiunto Casablanca, Riyadh, e Bali.

     

    Il problema è che né la religione ha avuto da guadagnare dalla sua politicizzazione, né la politica ed i politici hanno raccolto buoni frutti da questa politicizzazione. Chi uccide con la spada della religione viene ucciso anch’esso dalla stessa spada. Le prove a dimostrazione di ciò sono innumerevoli dai tempi dei Kharigiti (setta scismatica dei primissimi tempi dell’Islam (N.d.T.) ) fino ad oggi.

     

    Ogni giorno nel mondo arabo vengono emesse fatwa di scomunica ed appelli ad uccidere altri musulmani, che infiammano giovani arrabbiati, mentre continuiamo a trattare questi eventi con superficialità, confinandoli nell’ambito delle azioni criminali. Non guardiamo al di là di questo per cercare di capire come un giovane può essere giunto a questo stadio finale.

     

    Non cerchiamo di capire chi ha gettato i semi dell’odio nella società spazzando via la fresca brezza della tolleranza, e spingendo giovani a placare la propria sete di immortalità e di sacrificio uccidendo e compiendo attentati.

     

    Rimaniamo sempre fermi a metà strada, fino a quando arriviamo al momento in cui tutti prendono parte al gioco. Ed ecco dunque che Gheddafi – le cui carceri sono piene di membri di gruppi jihadisti – dichiara il jihad contro un paese che non gli piace, chiamato Svizzera, usando l’arma della religione.

     

    Il punto non è difendere la Svizzera o confiscare il diritto della Libia, o di qualsiasi altro paese, di perseguire un altro paese per una data ragione. Tuttavia, ciò dev’essere fatto per vie civili e attraverso un discorso politico che sia governato dalle regole del gioco. Ma saltare direttamente ad utilizzare la lingua di colui che ha disconosciuto la politica e le relazioni internazionali, o quella dei jihadisti fondamentalisti, è il massimo della stravaganza! Allora chi è che ha combattuto tutti questi anni, e qual è la vera identità dei paesi arabi?

     

    Per queste ragioni vorrei che i paesi, i legislatori, gli educatori, ed i pensatori arabi si mettessero d’accordo rendendo illegale l’emissione di fatwa che dichiarano gli altri “apostati” e “infedeli”, rendendo lecito lo spargimento del loro sangue. Queste fatwa infatti incoraggiano il crimine dell’odio, l’incitamento al fanatismo religioso, e la destabilizzazione sociale. A causa del caos che domina l’emissione delle fatwa, un giovane egiziano quasi riuscì ad uccidere il grande romanziere Naghib Mahfouz in una strada del Cairo, a causa di una fatwa emanata da uno sheikh egiziano.

     

    Se rendiamo illegale questo tipo di fatwa e l’abuso della religione per uccidere ed escludere gli avversari – non solo nel mondo islamico, ma in tutto il mondo, a prescindere dal tipo di religione o di ideologia – trasferiamo questo argomento dal contesto della libertà di opinione al contesto delle leggi che regolano la libertà fra gli individui di una società. Così come l’incitamento al razzismo o al settarismo è proibito nella gran parte dei paesi occidentali, allo stesso modo dovrebbe essere proibito nelle nostre fragili società. Abbiamo assistito a una sanguinosa “dimostrazione” delle conseguenze di questo incitamento settario in Iraq. Riusciremo a imparare la lezione prima che il coltello raggiunga anche noi stessi?

     

    Avendo lasciato che questo caos religioso continui, ed avendo permesso che molti accettino questo pericoloso linguaggio, quella che dovrebbe essere la cura di una malattia ne è diventata la causa!

     

    Per la purezza della fede e della religione, per la chiarezza della politica e dei suoi conflitti, per la protezione dell’ambiente che ci circonda, smettiamo di abusare della religione e del mondo.

     

     


    Mshari al-Zaydi è un giornalista saudita esperto di movimenti islamici e di questioni saudite

    Traduzione a cura di Medarabnews

     

     

     
    Author Profile: Luigi Ciamburro

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