Gli ultimi giorni prima delle elezioni generali di domani in Iraq, le seconde nel Paese dalla fine del regime di Saddam, sono stati caratterizzati da una serie di attentati terroristici. L'ultimo proprio oggi. Stamani infatti, alla vigilia del voto di domenica un'autobomba è esplosa nella città santa per gli sciiti di Najaf, a sud di Bagdad, uccidendo 7 persone e ferendone altre 50. L'autobomba era stata lasciata in un parcheggio dove sostano per lo più gli autobus dei pellegrini iraniani che si recano al mausoleo dell'Imam Alì che ogni anno attira milioni di pellegrini sciiti iracheni e iraniani. Per questo motivo la maggior parte delle vittime, 4 morti e 37 feriti, sono iraniani.
L'obiettivo preso di mira oggi dai terroristi è un luogo solitamente molto controllato, ancor di più in questi giorni di vigilia delle elezioni. Eppure i mujahedeen sono riusciti a colpire. Tutto questo finisce per far montare ancora di più la tensione nel Paese, specie in queste ultime ore di campagna elettorale che si concluderà domani quando 19 milioni di iracheni di 18 diverse province torneranno alle urne. Dietro a questi attacchi c'è la mano di al Qaeda che ieri ha invitato gli iracheni a boicottare il voto ed ha dichiarato il 'coprifuoco' nelle ore del voto, dalle 6 del mattino alle 6 del pomeriggio, in tutto l'Iraq e in particolare nelle zone sunnite. Lo stesso Abu Omar al-Baghdadi, leader dello 'Stato Islamico dell'Iraq', il gruppo terroristico che opera nel Paese e che è legato ad al Qaeda, ha minacciato l'utilizzo delle armi contro chi sfiderà il coprifuoco e per distruggere le sedi elettorali, circa 10mila in tutto il Paese. Nel mirino dei terroristi filo al Qaeda ci sono principalmente i seggi dove è prevista una forte affluenza di sunniti, che questa volta, a differenza del 2005, non diserteranno le urne. Dopo aver imposto, per motivi di sicurezza, dalle 22.00 di oggi alle 07.00 di lunedì il divieto di circolazione a tutti i veicoli non autorizzati e chiuso tutti gli aeroporti e le frontiere. Per cercare di garantire la sicurezza, il governo iracheno ha deciso di schierare 200mila uomini, tra soldati e forze di polizia, che presidieranno le sezioni elettorali. Reclutate dalla polizia anche 600 donne di provata fiducia che avranno il compito di perquisire tutte le elettrici che domenica si recheranno alle urne nella provincia sunnita di al-Anbar. Questo allo scopo di impedire infiltrazione di attentatrici suicide all'interno dei seggi. Cosa questa, che è invece, accaduto in passato per l'impossibilità da parte dei poliziotti di perquisire le elettrici. Saranno impiegate 2 per ogni sezione elettorale.
Nel frattempo il premier uscente Nuri al-Maliki, alla guida di un governo a maggioranza sciita e appoggiato dal suo partito, l'Alleanza per lo Stato di diritto, che ha vinto le elezioni provinciali del 2009, si è detto di essere sicuro nella sua riconferma. La sua figura politica è stata però, indebolita dalla recente ondata di attentati che ha insanguinato il Paese. Ad incalzarlo però, l'ex primo ministro del primo governo dell'era post-Saddam, Iyad Allawi che può contare sul supporto delle aree sunnite. Attualmente è leader del Blocco iracheno, di cui fanno parte personalità sunnite come il vice presidente Tarek al Hashemi. In passato è stato membro del Partito Baath, l'ex partito di Saddam Hussein, dal 1961 al 1971. Si oppone alla debaatificazione. Il ministro delle finanze Baqer Jaber Solagh che è stato anche ministro dell'Interno dall'aprile 2005 al maggio 2006. I sunniti lo accusano di aver creato degli squadroni della morte in seno alla polizia, ma lui ha sempre respinto questa accusa. L'ex vicepremier Ahmed Chalabi. Tra tutti è il più controverso degli uomini politici. E' stato uno degli artefici dell'invasione del 2003 in quanto fu lui a presentare all'amministrazione americana alcune delle prove riconosciute poi, false sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Vice primo ministro tra l'aprile del 2005 e il maggio 2006, è diventato la bestia nera degli USA, che lo considerano al pari di un agente dell'Iran. Chalabi è membro dell'Alleanza nazionale irachena, e potrebbe essere il candidato del capo radicale Moqtada al Sadr alla carica di capo del governo. Il vicepresidente Adel Abdel Mahdi che nel 2006, nel corso di una votazione in seno alla coalizione sciita per designare il candidato alla carica di primo ministro, era stato battuto per un solo voto da Maliki. Mahdi è un aperto sostenitore dell'economia di mercato e della decentralizzazione. Il ministro dell'Interno Jawad Bolani, un laico che vuole chiudere il capitolo della debaatificazione. Bolani non ha mai lasciato l'Iraq, e spera di essere il candidato del compromesso. Il fatto che siano 6 i candidati sciiti a contendersi la poltrona di premier denota un'alta frammentazione della politica irachena. Anche se questo non rappresenta una negatività. La scelta di un candidato da parte degli elettori infatti, sarà influenzata quindi anche dal fatto che siano politici secolaristi e religiosi, che siano autoritari e impegnati al rispetto dei principi delle democrazie tradizionali. Comunque sia per questa chiara frammentazione della politica che ha portato a candidarsi alle legislative oltre 6.529 candidati di 86 formazioni politiche diverse. E' facile pensare che è praticamente impossibile che un singolo partito possa riuscire a conquistare i 163 seggi necessari, su 325, per formare il nuovo governo. Quindi con molta probabilità, alla fine, il nuovo esecutivo nascerà adottando la formula di un governo di coalizione anche se per arrivarci ci vorranno però, dei mesi.
Al di là del risultato però, è in che modo esso nascerà, dopo che gli iracheni avranno scelto il loro nuovo parlamento. Nel senso che l'importante è soprattutto che l'Iraq non scivoli di nuovo nel caos post elettorale, e riprenda la violenza settaria tra sciiti e sunniti, sulle cui ceneri in molti soffiano da tempo, al Qaeda in testa. Dal voto di certo emergeranno le prime indicazioni su se e quale tipo di democrazia prenderò piede nel Paese medio orientale nei prossimi anni. Il voto sarà monitorato da osservatori locali, fra dipendenti per lo più di organizzazioni non governative irachene e rappresentanti dei partiti. Circa 30mila sono gli osservatori che sono stati formati dalla Missione di assistenza all'Iraq delle Nazioni Unite, Unami, il cui personale monitorerà il voto in tutto il Paese. Oltre 80, fra organizzazioni internazionali e missioni diplomatiche, sono state invitate a osservare il voto. Le operazioni di voto sono iniziate già da giovedì con il cosiddetto 'voto speciale', riservato agli agenti delle forze di sicurezza e ai detenuti, ai pazienti ricoverati negli ospedali, al personale delle strutture carcerarie e di quelle ospedaliere. I prigionieri, i malati e il personale sanitario votano per corrispondenza. Con questa modalità votano anche gli sfollati interni che sono circa 97mila, in base alle registrazioni effettuate per le elezioni. Da ieri e fino a domenica invece, stanno votando gli iracheni che si trovano in Siria, Giordania, Libano, Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Gran Bretagna, Svezia, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Stati Uniti, Canada e Australia. Il dato più rilevante sarà quello degli iracheni in Siria, circa un milione. Le operazioni di conteggio dei voti inizieranno nei seggi, dopo la loro chiusura domenica sera. Lo scrutinio delle schede votate con il 'voto speciale' degli iracheni all'estero e degli sfollati interni inizierà invece, da lunedì presso i centri provinciali. I risultati finali delle elezioni verranno annunciati solo dopo che l'Alta Commissione Elettorale Indipendente, Ihec, avrà esaminato tutti gli eventuali ricorsi presentati e saranno certificati dalla Corte suprema federale. Entro 15 giorni dalla data in cui la Corte Suprema avrà convalidato i risultati del voto, il presidente uscente del Parlamento dovrà convocare una seduta della nuova Assemblea. Verranno quindi eletti il nuovo presidente e i due suoi vice. Il presidente avrà poi 15 giorni di tempo per conferire alla persona indicata dalla lista uscita vincitrice dal voto l'incarico di formare il nuovo governo. Il premier incaricato avrà allora 30 giorni per mettere a punto la squadra del nuovo l'esecutivo. Se non riuscirà nell'intento si provvederà con una nuova nomina.
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