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    Turchia: il falso mito dello scontro tra islamismo e laicità

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    La chiave di lettura che considera i recenti eventi in Turchia come una contrapposizione fra l’esercito difensore della laicità ed un governo di ispirazione islamista è un’interpretazione fuorviante e sbagliata di una battaglia molto più complessa la cui posta in gioco è la democrazia – scrive l’accademico turco Ihsan Dagi.

    Che cosa sta succedendo in Turchia? È una domanda che sento spesso negli ultimi tempi, sollevata dagli osservatori stranieri della politica turca. A questo interrogativo, alcuni giornalisti occidentali danno una risposta molto semplice: “Sta avendo luogo una lotta di potere tra il partito islamista “Giustizia e Sviluppo” (AKP) al governo, e l’esercito laico”.

     

     

     

    turchia_itUna risposta del genere non spiega affatto la situazione. Sì, c’è una lotta di potere, ma i ruoli in questa storia non sono come appaiono ad alcuni. Vorrei persino affermare che il governo, che non è islamista e non può permettersi di essere islamista, non è alla guida di uno dei due fronti contrapposti nell’attuale gioco di potere. Se dipendesse dal governo, esso potrebbe infatti scegliere di calmare le acque raggiungendo un accordo con l’esercito. Uno dei due fronti, quello che alimenta la “lotta”, è rappresentato da un’ampia coalizione di democratici all’interno dei media, nell’ambiente universitario, e nel mondo degli affari, così come all’interno dell’esercito e della magistratura. Il governo sta solo reagendo alla pressione sociale e politica, in costante crescita, e non è l’attore più importante.

     

    Ad esempio, il recente arresto di generali dell’esercito è stato la conseguenza della rivelazione sul quotidiano Taraf dell’operazione “Martello”, un tentato golpe che negli ambienti del governo era noto anche prima che l’articolo fosse pubblicato – ma questi ambienti non avevano fatto nulla. Ciò indica che le dinamiche del processo in corso non sono legate solo al governo, ma ad un movimento sociale ed intellettuale.

     

    Se torniamo nuovamente alla questione della “lotta di potere”, la domanda fondamentale è: in un normale regime democratico, chi è legittimamente coinvolto in una lotta di potere? I gruppi sociali organizzati e i partiti politici, all’interno di un ordine democratico stabilito, hanno il diritto di prendere parte ad attività in cui possano dire la loro riguardo alla redistribuzione di risorse tangibili e intangibili.

     

    Dovremmo tener conto che, nell’attuale lotta di potere in Turchia, qualcosa va essenzialmente contro le regole del gioco democratico: la lotta non ha luogo in uno scenario democratico e con attori democratici. L’esercito, l’altra parte in causa nella “lotta di potere”, non può essere un legittimo protagonista di un processo politico per raggiungere il potere. In un paese democratico, l’esercito – che ha il possesso delle armi – non può ambire al potere politico. Non si trova sullo stesso piano di un attore politico civile che compete per il potere.

     

    D’altronde, le ambizioni politiche dell’esercito non hanno niente a che fare con le sue credenziali “laiche”, e neppure con l’identità del partito al governo. Negli ultimi 50 anni, l’esercito ha messo in atto tre golpe militari. In occasione di nessuno di questi golpe era al potere un governo islamista, o anche solo islamico o moderatamente islamico.

     

    È dunque un grave errore pensare che l’esercito stia intervenendo in politica semplicemente perché il governo è “islamista”. Un simile ragionamento non spiega il ripetersi degli interventi dell’esercito negli ultimi 50 anni. Ad esempio, quando l’esercito prese il controllo del governo per la prima volta durate il periodo repubblicano, nel 1960, al potere vi era un partito politico di centrodestra, chiamato Partito Democratico (DP). Una giunta militare prese il potere, processò tutti i membri del Parlamento che provenivano dalle file del DP e impiccò il primo ministro, il ministro degli esteri e quello delle finanze. Il DP non aveva niente a che fare con l’islamismo.

     

    I politici che furono impiccati erano conosciuti per il loro stile di vita liberale. Inoltre, il DP che fu deposto dalla giunta militare era stato alla guida del governo che aveva fatto entrare la Turchia nella NATO nel 1954, e che nel 1959 aveva fatto richiesta di ammissione alla Comunità Economica Europea (CEE). In altre parole, ad essere rovesciato da una giunta militare nel 1960 fu il governo che ancorò la Turchia all’Occidente. Lo stesso si ripeté nel 1971 e nel 1980, quando l’esercito depose il governo di Süleyman Demirel, il leader del Partito della Giustizia (AP), rappresentante dell’ala politica di centro-destra.

     

    Dunque, l’interesse dell’esercito a governare la Turchia non aveva niente a che fare con l’identità del governo in carica. A prescindere da chi è al potere, l’esercito può intervenire in politica sia direttamente, attraverso la messa in atto di un golpe, sia attraverso meccanismi legali e istituzionali creati ad hoc durante i regimi militari dopo ogni colpo di stato. L’esercito ha la forza, la disposizione mentale, e i meccanismi ideologici e istituzionali per intervenire in politica al fine di espandere il suo potere nell’ambito sociale.

     

    Dopo il golpe del 1960, tutti i presidenti eletti dal Parlamento, fino all’elezione di Turgut Özal nel 1989, furono ex generali. C’era anche un detto popolare secondo cui un giovane ufficiale appena arruolatosi all’Accademia della Guerra pensava che un giorno sarebbe diventato presidente, come ultima tappa della sua carriera militare. Dunque l’interesse dell’esercito nella politica è strutturale.

     

    In questa “lotta di potere” tra l’ampia coalizione democratica e l’esercito, immaginate cosa succederebbe se quest’ultimo ne uscisse vittorioso. Non posso pensare ai problemi che una Turchia non democratica provocherebbe al suo interno ed ai paesi limitrofi. Gli amici occidentali della Turchia dovrebbero sostenere il consolidamento della democrazia in questo paese. Tanto per cominciare, alcuni giornalisti occidentali dovrebbero smettere di travisare quello che sta succedendo in Turchia. La lotta non è tra un governo islamista e l’esercito laico. Una simile descrizione delle due parti in causa è troppo semplicistica per essere vera, e serve soltanto a giustificare interventi non democratici nella politica.

     

    Una Turchia democratica è la chiave per la pace, la stabilità e la sicurezza nella regione.

     

     

     

    İhsan Daǧi è professore di Relazioni Internazionali alla Middle East Technical University di Ankara

    Traduzione a cura di Medarabnews

     

     

     
    Author Profile: Luigi Ciamburro

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