Il giorno dopo il voto in Iraq, mentre procede, senza sosta, lo spoglio delle schede, si tirano le somme. Ovviamente quelle dei votanti e dei voti raccolti dalle varie compagini in lizza nelle elezioni generali tenutesi ieri nel Paese.
L'appuntamento elettorale di domenica 7 marzo si è rivelato un vero successo per chi crede nel ritorno della democrazia nel Paese medio orientale. Tanto è vero che il presidente americano Barack Obama ha reso omaggio al coraggio e alla resistenza del popolo iracheno affermando che: “ancora una volta, ha sfidato le minacce per far progredire la propria democrazia”. La commissione elettorale indipendente, Ihec, ha stabilito che ieri, in media, l'affluenza alle urne è stata del 62 per cento con picchi che hanno sfiorato anche il 70 per cento. Nella passata consultazione, la prima dopo la cacciata di Saddam, nel 2005 l'affluenza era stata del 76 percento. Per ora lo scrutinio procede spedito e risulta completato al 75 per cento nelle regioni a maggioranza curda del nord del Paese. Anche se risulta essere azzardato poter dire fin d'ora dire chi ha vinto. Come sempre accade, in attesa dei primi risultati ufficiali che la Ihec dovrebbe annunciare già da giovedì prossimo, la guerra delle cifre fra i vari gruppi politici rivali è in pieno svolgimento. Secondo gli 'exit poll' diffusi dai media, alcuni dei quali vicini all'uno o all'altro schieramento, per il momento sembra profilarsi un testa a testa tra le lista guidate dal primo ministro uscente, Nuri al Maliki e quella dall'ex premier Iyad Allawi. Anche se le altre principali coalizioni politiche reclamano la vittoria nelle rispettive roccaforti. Alcune fonti addirittura rivelano che la coalizione guidata da Maliki sarebbe in testa in 9 province del Paese, quelle sciite, su un totale di 18 province. Mentre il Blocco iracheno di Allawi vincerebbe nelle 4 aree a maggioranza sunnita: al Anbar, Salahedinne, Ninive, Diyala. Piazzandosi di fatto al secondo posto in tre governatorati sciiti lasciando gli altri 6 alla coalizione sciita guidata dal laico Ibrahim al Jaafari. A Kirkuk, sarebbe in testa invece, l'Alleanza curda.
Se questi dati fossero confermati al Maliki non sarebbe in grado di formare un governo senza il sostegno di altre formazioni.
Secondo indiscrezioni provenienti dall'Ihec la lista 'Alleanza per lo stato di diritto' di al-Maliki risulterebbe la più votata dagli elettori di Baghdad. Per la Tv araba 'al-Jazeera' la lista del premier uscente sarebbe in testa in tutte le aree sciite della città e in particolare avrebbe ottenuto la maggioranza dei voti nella zona di Sadr City, sobborgo sciita di Baghdad, e negli altri quartieri sciiti come al-Kathimiya e al-Karrada. Mentre la lista 'al-Iraqiya' guidata dall'ex premier Allawi avrebbe raccolto forti consensi nei quartieri sunniti come al-Athimiya, al-Amiriya e al-Saidiya e anche nelle zone limitrofe alla capitale irachena come ad Abou Ghreib e ad al-Doura. I risultati di Baghdad, con i suoi 68 seggi, saranno decisivi per assegnare la vittoria.
Tutto fa credere che la lista dell'ex premier possa battere la lista curda nella città settentrionale di Mossul dopo il successo raggiunto a Kerbala. Nella regione a maggioranza sunnita di al Anbar, la lista dell'ex premier Allawi ha vinto inseguita dall'Unione dell'Iraq guidata dal ministro degli interni uscente Jawwad al Bolani, alleatosi con gli shaykh tribali locali.
Il premier uscente, Nuri al Maliki quindi sembra dominare nelle regioni sciite, mentre il rivale ed ex premier, Iyad Allawi in quelle sunnite. Ci sono 119 seggi da assegnare nelle 9 province sciite contro i 70 nelle regioni a maggioranza sunnita.
Secondo quanto riportato dalla Tv 'al Arabiya', nelle regioni sciite sarebbe anche in corso un vero e proprio testa a testa tra la lista che appoggia al Maliki e quella che sostiene Ibrahim Jaafari.
Nelle regioni autonome del Kurdistan invece, l'Unione patriottica del presidente Jalal Talabani e il Partito democratico del suo alleato Massud Barzani si dicono sicure della vittoria. Indiscrezioni indicano che dallo scrutinio stia emergendo anche il movimento del Cambiamento, la terza forza indipendente curda, che si sarebbe imposta come secondo partito in alcune enclave del nord-est.
Prima di festeggiare però, sarà bene che tutti attendano i dati ufficiali. A causa dell'elevata frammentazione della politica irachena che ha contraddistinto quest'elezione, non appare possibile che un singolo partito riesca a conquistare i 163 seggi necessari per formare il nuovo esecutivo. Pertanto l'ipotesi che sta prendendo piede è che alla fine il nuovo Esecutivo sarà un governo di coalizione. Per questo motivo sono in molti a temere che la formazione del nuovo esecutivo potrebbe richiedere anche dei mesi. Questo nonostante la legislatura termini il 16 marzo. Da quel momento l'esecutivo uscente non potrà che dedicarsi al disbrigo degli affari correnti.
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