A quarant’anni dalla morte arriva "Valleys of Neptune", una raccolta di inediti e nuove versioni in studio. Per un lavoro che rende giustizia al grande chitarrista.
Lo attendevano in molti e finalmente eccolo. Parliamo dell’album di inediti di Jimi Hendrix, l’unico e solo re della chitarra. Colui che con le sue note ha infiammato, e non solo metaforicamente, un’intera stagione musicale. Sono passati quarant’anni dalla sua morta avvenuta il 18 settembre 1970 e ancora avvolta nel mistero. Ma si sa, le leggende a volte portano anche a questo. E così quattro decadi dopo ecco Valleys of Neptune (Sony), dodici brani inediti, masterizzati e portati a nuova vita che documentano l’intenso lavoro in studio del chitarrista di Seattle che amava passare le sue giornate tra mixer e amplificatori, a sperimentare il più possibile, a dosare i suoni, la voce, a spingere sul wah wah alla ricerca della perfezione. Il contrario della belva che saliva sul palco suonando la sua chitarre con denti e sangue.
L’evoluzione digitale in passato ha già fatto rivivere i Beatles e i Queen, solo per citare i più blasonati, ma con Jimi Hendrix il lavoro è diverso, grazie all’attenta supervisione della Fondazione guidata dalla sorella del chitarrista che ha deciso di omaggiare al meglio lo spirito del fratello, strizzando l’occhio al business. C’è da dire che per i puristi di Hendrix Valleys of Neptune non rappresenta nulla di nuovo e definitivo: seppur versioni in studio, molti dei brani sono già presenti in numerose esibizioni live. Per tanti anni gli archivi di Hendrix sono stati saccheggiati e riprodotti in modo scadente.
Di album di inediti in quarant’anni se ne sono sentiti tanti con registrazioni alternative inconcludenti che non rendevano giustizia. Qui, invece, l’anima di Hendrix torna a nuova vita, si mostra nel suo splendore portando su disco lo spirito del 1969, l’anno di transizione dopo Electric Ladyland, segnato dai dissapori con la Experience e l’inizio, seppur acerbo, della Band of Gipsy. Girovagando nelle valli di Nettuno, si incontra una versione di “Stone free”, suo cavallo di battaglia, ripulita e perfetta. Si prosegue con “Valleys of Neptune”, blues rock targato Hendrix, per passare a “Bleending heart”, rilettura di un classico firmato Elmore James, che ripassato tra le corde della Fender Stratocaster assume un fascino tutto nuovo, unico.
C’è spazio anche per una rilettura al fulmicotone di “Sunshine of your love” dei Cream. Si torna agli albori con “Mr. Bad Luck”, brano del 1966 quando ancora Hendrix non era il dio della chitarra ma si barcamenava tra decine di gruppetti e session. E si continua con un carico di inediti come “Lover man”, “Ships passing through the night”, le versioni live di “Lullaby for the summer” e “Crying bue rain” e l’elettrica “Hear my train a comin”. Un lavoro eccellente, verrebbe da dire, che rende giustizia al mito del più grande chitarrista di tutti i tempi. Una leggenda mai eguagliata.
Pierpaolo De Lauro
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