Gli alberi di questo paesaggio (cosi a me pare) non si trovano che qui: o almeno in nessun altro paese si trovano combinati e armonizzati come qui: pini, ulivi e cipressi.Ma ancor più tipici segnali della Toscana sono i cipressi. O che arriviate da Bologna, sboccando verso Firenze dalle gallerie dell'Appennino, o che arriviate dal sud con la ferrovia che viene da Roma, affacciatevi al finestrino e cercate sulla vetta dei colli: e quando vedrete lassù, accanto al tetto rossigno di un casolare o in mezzo all'argento degli ulivi, la freccia dritta di un cipresso, siate certi allora che Firenze è vicina. Sono essi che segnano non soltanto i confini tra i campi e tra i poderi, ma anche i confini tra la Toscana e le altre regioni.
Questo si può riconoscere, in maniera assolutamente puntuale venendo da Roma. Fino a mezza strada quel che si vede è Lazio: le pigre svolte del Tevere, e in alto i boschi di lecci. Ma quando arrivate a Chiusi, la città di Porsenna , ecco lassù il cipresso che vi avverte, come l'indice di una mano alzata, che siete entrati in terra etrusca perché questo è singolare: che ovunque in Italia si sono fermati gli etruschi, pare che abbiano voluto lasciar traccia del loro passaggio piantando su questi colli, come segno di dominio, le lance dei cipressi: non riuniti qui in boschi compatti, ma sparsi come glosse del paesaggio, a ornare di una frangia la cresta di un poggio che spicca sul cielo, ad accompagnare in fila la strada che porta a una villa o a un cimitero, a proteggere i pagliai di un'aia o in mezzo agli ulivi il fumo di un casolare.
lo penso che per gli etruschi il "cipresso fosse un albero sacro, un simbolo magico: una specie di dio termine, forse uno scongiuro contro il fulmine e contro la grandine. Questa non è che una mia fantasia; ma insomma io considero il cipresso isolato in mezzo agli ulivi come la sigla degli etruschi.
Nel dolce periodare dei colli toscani, di cui gli ulivi sono le parole, i cipressi sono le interpunzioni. E nella sobrietà di questo accozzo di toni bassi e discreti , l'argento degli ulivi e il verde cupo dei cipressi è il colore del paesaggio toscano: che non è un paesaggio dipinto, ma prima disegnato, scolpito, bulinato : un paesaggio a contorni netti, che per capirlo bene bisogna vederlo in inverno, quando gli altri alberi sono senza foglie, o tutt'al più vederlo al primo arrivare della primavera, tra il marzo e l'aprile, quando tra gli ulivi appaiono le macchie rosee dei peschi in fiore e lungo i fiumi c'è appena un primo fiato verdolino sui rami dei pioppi ancora nudi. Allora, prima che il rigoglio del maggio abbia nascosto le linee, sono ben scoperte e visibili tutte le nervature di quel terreno costruito come un'architettura, nel quale si possono riconoscere ad una ad una le varie qualità di pietre che hanno servito nei secoli a costruire la città.
Via via che ci si avvicina a Firenze, il paesaggio è sempre più scolpito ed arricchito dall'uomo: diventa sempre più carico di espressione umana. Le case dei contadini preannunciano lo stile dei monumenti cittadini: anche i pagliai e le siepi sono accordi di quell'armonia.
Gli ultimi colli digradanti che recingono Firenze continuano a chiamarsi natura, ma in realtà sono ormai opere d'arte. Ogni sasso porta il segno di un'arguta intelligenza, ogni passante anonimo ha saputo da secoli aggiungervi, senza tradire lo stile del luogo, il suo discreto ritocco, anche il contadino che ha tracciato i filari delle vigne, anche lo scalpellino che ha forato le cave.
Le alture si infoltiscono sempre più di poderi e di castelli e di ville, si vede Fiesole, si vede San Miniato, non si sa dove finisca la campagna, dove comincino i parchi e i giardini della città... Ed ecco laggiù, sulla distesa dei tetti, la cupola del Brunelleschi, la torre di Arnolfo...
Siamo a Firenze, nel centro di Firenze, e quasi non ce ne siamo accorti: ma subito ci si accorge che i colori della città sono gli stessi, presi senza mutamento da quella campagna. Anche nelie fiancate di Santa Maria del Fiore c'è l'incontro tra il marmo argenteo che somiglia gli ulivi e il marmo verdone cupo che somiglia i cipressi:
e filettature rossastre come i tetti dei casolari. E nelle torri e nelle facciate si ritrovano i colori di quelle pietre paesane, tutti discreti e preziosi.
lo credo che il primo incanto di Firenze derivi proprio da questa armonia, da questa fusione tra natura e arte, tra campagna e città: per questo i panorami di Firenze, da qualunque parte dei suoi colli si guardi, danno tutti quanti quella indimenticabile e sempre nuova impressione di raccolta e conclusa perfezione; perché la città, al centro di questo dolce avvallamento che par fatto apposta per servir di culla a
una città, è posata lì, come una perla al centro di una conchiglia preziosa: e da qualunque parte si guardi, si può godere tutta, sullo scenario delle alture che da ogni parte le fanno da sfondo.
Firenze
Piero Calamandrei
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