Era l'epoca delle grandi esplorazioni nelle quali gli Italiani si coprivano di gloria.
Il primo giro del mondo, la più illustre impresa dopo quella di Colombo, non fu organizzato da un italiano, ma molti italiani vi contribuirono. E quando l'eroico organizzatore, che era il portoghese Fernando Magellano, soccombette
tragicamente durante il viaggio, la spedizione poté continuare anche per l'aiuto che portarono i numerosi italiani imbarcati sulle cinque navi: su 237 uomini
dell'equipaggio, 26 italiani dei quali 21 erano genovesi.
E la storia di questo viaggio sarebbe rimasta nell'oscurità se accanto a
Magellano non si fosse trovato un italiano che giorno per giorno prendeva nota
di tutti. gli episodi, e potéjare poi un intelligente, prezioso racconto della me-
morabile spedizione.
E:ra costui un gentiluomo di antica famiglia di Vicenza, nato verso il 1490: Antonio Pigafetta, Cavaliere di Rodi, assai colto e amante di avventure.
Da Roma, dove era andato a cercare uffici e onori alla Corte Papale, il Pigafetta venne mandato alla corte di Carlo V di Spagna, al seguito di monsignor Chiericato, alto prelato vicentino.
In quel tempo si trovava in Spagna anche il Magellano, già noto per alcune sue spedizioni marittime, e che aveva abbandonato il nativo Portogallo perché non vi trovava riconosciuto il proprio valore.
Magellano propose a Carlo V di tentare nuovamente il passaggio attraverso il Nuovo Mondo onde arrivare all'Asia e alle Isole Molucche, alle quali la Spagna dava molta importanza nel timore che le venissero tolte dal Portogallo.
Il sovrano accettò e gli fece armare una flotta; e tra gli ufficiali venne accolto il Pigafetta, che abbandonò prelati e Corte e ambascerie per dedicarsi alla prediletta passione per i viaggi.
Le cinque navi salparono in gran festa il 20 settembre 1519 dal porto di San Lucar che aveva visto tante illustri partenze.
Gli ardimentosi uomini che si trovavano a bordo sapevano di dover affrontare l'ignoto, ma certamente non sarebbero partiti se avessero immaginato che la spedizione si sarebbe svolta in un succedersi di tragedie, e che dell'intero
equipaggio soltanto pochi uomini sarebbero tornati vivi in Spagna.
Fino al Rio della Plata, dove ora sorge la città di Buenos Ayres, la navigazione fu buona. Dopo breve sosta sulla terra dove cinque anni prima il navigatore spagnolo De Solis era stato scannato dagli indigeni con sessanta dei suoi compagni, Magellano continuò verso il Sud costeggiando, sempre alla ricerca dello sperato passaggio.
Erano già trascorsi otto mesi; si era a maggio, e in quelle terre australi già cominciava l'inverno, con molto freddo e pochissime ore di luce. Magellano decise di passare la cattiva stagione in un porto deserto al quale fu dato il nome di San Giuliano.
'Racconta il Pigafetta nel suo diario che Magellano, per garantirsi di poter resistere, ordinò una severa economia nella distribuzione dei viveri. Le strettezze, i disagi, il fatto che Magellano era portoghese e veniva quindi considerato straniero in quella spedizione spagnola, provocarono una congiura contro di lui.
Ma egli ne ebbe conoscenza e fu terribilmente energico nel reprimerla: fece decapitare i due comandanti delle navi Vittoria e Concezione, e sbarcò, abbandonandolo a terra, il capitano della Sant'Antonio.
Quel paese nel quale i navigatori passarono l'inverno, fu chiamato Patagonia per una curiosa ragione. In due mesi non s'era mai visto da quelle parti un indigeno, quando, improvvisamente, si presentò sulla riva un uomo di proporzioni gigantesche, il quale, vedendosi bene accolto, fece venire altri compagni suoi, giganteschi come lui.
E siccome tutti avevano piedi enormi, avvolti, in pelli mal conciate, furono chiamati « Patagones» cioè, «piedi deformi ».
Alla fine di agosto vennero rimesse le vele e si riprese a navigare verso
il sud sempre bordeggiando, di fianco a un paesaggio squallido e freddo, sino
a che, in ottobre, venne avvistata un'insenatura fra le rocce, e Magellano notò
che il mare si insinuava nell'interno.
Mandò due navi in esplorazione, e dopo due giorni quelle tornarono a
piene vele, con bandiere spiegate, e sparando colpi d'artiglieria" come scrive
il Pigafetta. I capitani riferirono che il mare continuava per miglia e miglia in
uno stretto passaggio e che tutto faceva supporre trattarsi di un canale fra
due oceani.
Fosse dunque il tanto cercato passaggio?
Dodici giorni durò la difficile traversata nel canale, incuneato fra montagne irte di rocce e di pericolosi scogli subacquei, in una continua tempesta.
Era veramente uno stretto, quello che portò poi il nome di Magellano.
Finalmente le navi, girando uno sperone che venne chiamato Capo Desiderato, sboccarono nell'immensità di un altro oceano.
Fu salutato dagli urli di gioia degli equipaggi, quantunque si avesse molta tristezza per la perdita di una nave, la Santiago, naufragata sulla costa della Patagonia, e per la diserzione della Sant'Antonio, fuggita per tornarsene in Spagna.
Ma lo spasimato passaggio fra Europa e Asia era finalmente trovato, e l'eroica gente salutava la propria vittoria.
Per tre mesi e venti giorni la ridotta flottiglia (restavano soltanto tre caravelle) navigò nel nuovo oceano ignoto che pareva infinito e incontrò soltanto due isolette, ma così deserte che furono battezzate Sventurate ,,; e il 16 marzo 1521 arrivò in un arcipelago: erano le isole di San Lazzaro, chiamate, poi, Filippine.
Per riconoscenza all'oceano che aveva permesso una traversata tranquilla,
Magellano lo chiamò col nome che poi gli rimase: Oceano Pacifico.
Il re di Cebù, una di quelle isole, fece un'accoglienza cordiale, si dichiarò
vassallo del re di Spagna, si convertì al cristianesimo.
Troppe cose e subito, per essere sincere. Ma gli Europei credettero.
Poco dopo egli si venne a trovare in guerra col re della vicina isola di
Mattam, e invocò l'aiuto degli Europei.
Magellano, sempre cavalleresco, scese in soccorso con i suoi uomini, a comandare l'attacco, ma venne ucciso mentre disperatamente si difendeva accerchiato da un centinaio d'indigeni.
Era il 27 aprile 1521. Così tragicamente, e all'improvviso, ebbe troncata la vita a quarant'un anni, questo arditissimo esploratore.
Altri uomini erano periti nello scontro, e pochi giorni più tardi, altri ventiquattro fra ufficiali e marinai vennero uccisi a tradimento durante un banchetto al quale erano stati invitati da quel tale re di Cebù.
I superstiti si ritrovarlo talmente in pochi da non poter reagire, e siccome ormai potevano trovar posto in due sole navi, decisero di dar fuoco alla Concezione, e con le due rimaste arrivarono alle isole Molucche.
" Rendemmo grazie al Signore, poiché erano ormai ventisette mesi che noi correvamo i mari in traccia di esse ".
I naviganti, che nel nuovo viaggio dopo la morte del capo avevano sofferto
per mancanza di viveri e per malattie (altri diciannove uomini erano morti) trovarono ogni sorta di aiuti dal sultano di Tidore, si rifornirono e fecero grande carico di spezie.
Ma la Trinità era talmente mal ridotta che fu necessario abbandonarla.
A bordo di questa nave si trovava come pilota Leonardo Pancaldo di Savona
che riuscì poi a grandi stenti a salvarsi e a tornare in Europa.
Però alcuni uomini della spedizione, affranti dalle privazioni e dalle malattie, preferirono restare nell'isola piuttosto che affrontare i nuovi pericoli dell'ancor lungo viaggio.
Così di cinque navi una sola rimase, la Vittoria, che affrontò l'Oceano Indiano guidata dal pilota Sebastiano Del Cane, ma impiegò dal dicembre a maggio per toccare la costa orientale dell'Africa.
Girò il Capo col mare tempestosissimo, altri ventun uomini morirono, ma finalmente il 6 settembre 1522 l'unica nave e i suoi pochi superstiti rientrarono nel porto di San Lucar in Spagna.
Dei 237 uomini partiti, soltanto 18 rientrarono e fra questi il Pigafetta. Erano i primi uomini che avessero compiuto il giro del mondo.
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