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    Ma quali fatti nuovi mettono in dubbio il rapporto Goldstone?

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    Richard_Goldstone

    Molto clamore ha suscitato un recente articolo apparso sul Washington Post in cui Richard Goldstone ha sostanzialmente rinnegato il rapporto della Missione Conoscitiva dell'UNHRC sul conflitto (rectius, massacro di Palestinesi) svoltosi a Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009, sostenendo sostanzialmente che gli attacchi indiscriminati dell'esercito israeliano contro i civili non erano "intenzionali" e che Israele ha condotto e sta conducendo investigazioni soddisfacenti sulla condotta delle operazioni militari.



    Ma Israele, in realtà, non è riuscito a trarre molto giovamento da questa sorta di "ravvedimento" dell'ex giudice sudafricano, perché l'enormità dei crimini di guerra e dei crimini contro l'umanità commessi da Israele durante "Piombo Fuso" è di tale portata da non poter essere in alcun modo sovvertita o mistificata.

    Va dato conto, comunque, delle numerose risposte ricevute dall'editoriale di Goldstone da parte di eminenti personalità e di varie organizzazioni per i diritti umani. Una sommaria raccolta di articoli e di editoriali può essere rinvenuta qui, mentre quella che segue è la risposta data a Goldstone in un articolo dello scorso 6 aprile da parte di John Dugard, già Relatore Speciale dell'Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

     

    Where now for the Goldstone report?

    di John Dugard – 6 aprile 2011

     

    In un recente op-ed sul Washington Post Richard Goldstone, ex giudice della Corte costituzionale sudafricana e procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, esprime perplessità sulla conclusione centrale del rapporto della Missione Conoscitiva del Consiglio Onu per i Diritti Umani sul conflitto di Gaza del 2008-9 (dal nome del suo Presidente, “il Rapporto Goldstone”) secondo cui gli attacchi indiscriminati da parte di Israele contro i civili furono intenzionali.

     

    L’op-ed è singolare a leggersi.

     

    Esso afferma che il rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso ”se avessi saputo allora quello che so adesso”, ma manca di rivelare alcuna informazione che metta seriamente in dubbio le conclusioni del rapporto Goldstone.

     

    Esso sostiene che le indagini rese pubbliche dai militari israeliani e riconosciute da un Rapporto supplementare di una Commissione (di Esperti Indipendenti, n.d.t.) dell’Onu presieduta dal Giudice Mary McGowan Davis, apparso a marzo, “indicano che i civili non sono stati intenzionalmente presi di mira come linea di condotta”, ma il rapporto McGowan Davis non contiene assolutamente alcuna “indicazione” di tal genere e invece mette seriamente in dubbio le indagini svolte da Israele, trovandole prive di imparzialità, tempestività e trasparenza.

     

    Goldstone esprime “fiducia” sul fatto che l’ufficiale responsabile per quella che è forse la più grave atrocità dell’Operazione Piombo Fuso (il nome in codice israeliano per l’attacco a Gaza) – l’uccisione di 29 membri della famiglia al-Samouni – sarà adeguatamente punito da Israele, nonostante il fatto che il rapporto McGowan Davis fornisca una valutazione critica della gestione delle indagini su questo assassinio da parte di Israele.

     

    Egli sostiene, infine, che il rapporto McGowan Davis ritiene che Israele abbia effettuato indagini “in misura significativa”, ma in realtà questo rapporto fa un quadro molto diverso delle indagini svolte da Israele su 400 incidenti, che hanno portato a due condanne, una per il furto di una carta di credito, con la conseguente pena di sette mesi di reclusione, e un’altra per aver usato un bambino palestinese come scudo umano, da cui è derivata una pena detentiva di tre mesi, sospesa!

     

    In breve, non vi sono fatti nuovi che scagionino Israele e che avrebbero eventualmente potuto far cambiare idea a Goldstone. Ciò che gli ha fatto cambiare idea rimane dunque un segreto gelosamente custodito.

     

    Il rapporto Goldstone non è stato l’unico rapporto d’inchiesta sull’Operazione Piombo Fuso. Amnesty International, Human Rights Watch e la Lega degli Stati Arabi (la cui missione è stata da me presieduta) hanno tutte presentato degli approfonditi rapporti sul conflitto.

     

    In tutti i rapporti, incluso il rapporto Goldstone, vi erano resoconti dell’uccisione di civili in modo freddo, calcolato e deliberato da parte dell’esercito israeliano (IDF). Ma l’accusa principale rivolta ad Israele è stata che nel corso del suo attacco a Gaza ha usato indiscriminatamente la forza in aree densamente popolate ed è stato noncurante delle prevedibili conseguenze delle sue azioni, che hanno provocato la morte di almeno 900 civili ed il ferimento di altri 5.000.

     

    Secondo le clausole dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, costituisce crimine di guerra l’attacco intenzionale diretto contro una popolazione civile (articolo 8 (2)(b)(i)). Non è necessario che tale intenzione sia premeditata: è sufficiente che la persona coinvolta in tale azione intenda causare la conseguenza della sua azione o “sia consapevole che quest’ultima avverrà nel normale corso degli eventi” (articolo 30).

     

    L’articolo di Goldstone può essere interpretato nel senso che egli ora è soddisfatto (sebbene non vi siano prove a sostegno di ciò) per il fatto che Israele non ha avuto come linea di condotta quella di prendere di mira i civili deliberatamente e in maniera premeditata, e che laddove si è verificato l’assassinio calcolato di civili, ciò è accaduto senza la benedizione della leadership politica e militare israeliana.

     

    Ma egli non poteva assolutamente aver voluto dire che Israele non ha “intenzionalmente preso di mira civili come linea di condotta” nel senso giuridico di intenzione. Che l’attacco israeliano sia stato condotto in modo indiscriminato, con la piena consapevolezza che le sue conseguenze sarebbero state l’uccisione e il ferimento di civili è un fatto di dominio pubblico, pienamente confermato dal Rapporto Goldstone e da altri rapporti ugualmente credibili.

     

    Nel suo articolo Goldstone dichiara che il lancio indiscriminato di razzi verso Israele da parte di Hamas, che ha causato l’uccisione di quattro civili, è stato un “intenzionale” prendere di mira i civili e conseguentemente un crimine di guerra. Ma come egli possa asserire che i bombardamenti indiscriminati e l’uso di armi da fuoco contro i Palestinesi a Gaza da parte dell’Idf - che hanno provocato quasi un migliaio di morti tra i civili – non siano stati “intenzionali” è un mistero.

     

    Goldstone, contrariamente ai suoi critici, non descrive il suo articolo come una ritrattazione del rapporto Goldstone. Questo non sorprende. Goldstone è un ex giudice e sa benissimo che un Rapporto Conoscitivo redatto da quattro persone, di cui egli era soltanto una, al pari della sentenza di un tribunale, non può essere modificato dalle riflessioni successive di un singolo membro della commissione.

     

    Ciò può essere fatto soltanto dalla commissione stessa nella sua interezza con l’approvazione dell’organismo che ha istituito la Missione Conoscitiva – il Consiglio Onu per i Diritti Umani. E questo è altamente improbabile in considerazione del fatto che gli altri tre membri della Commissione – la Professoressa Christine Chinkin della LSE, la Sig.ra Hina Jilani, avvocato della Corte Suprema del Pakistan, e il colonnello Desmond Travers, già ufficiale dell’esercito irlandese – hanno dichiarato di non condividere i dubbi di Goldstone circa il rapporto.

     

    Lo scorso mese il rapporto Goldstone è stato inoltrato dal Consiglio per i Diritti Umani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la richiesta che esso venga inoltrato al Consiglio di Sicurezza e che il Consiglio di Sicurezza sottoponga il caso al procuratore della Corte Penale Internazionale, come è stato fatto nei casi del Darfur e della Libia.

     

    Senza dubbio l’Assemblea Generale inoltrerà il rapporto Goldstone al Consiglio di Sicurezza, nonostante l’articolo di Goldstone, ma lì morirà poiché il consueto veto degli Stati Uniti farà sì che Israele non venga chiamato a rispondere.

     

    Il rapporto Goldstone rappresenta una storica pietra miliare. Si tratta di un credibile, motivato e accuratamente studiato resoconto delle atrocità – crimini di guerra e crimini contro l’umanità – commesse da Israele nel corso dell’Operazione Piombo Fuso e dei crimini di guerra commessi da Hamas nell’indiscriminato lancio di razzi verso Israele. Esso è un serio tentativo di assicurare la responsabilità di uno stato a cui per troppo tempo l’Occidente ha permesso di comportarsi in maniera illegale.

     

    Non si può negare che la credibilità del rapporto Goldstone sia stata minata dallo strano articolo di Richard Goldstone sul Washington Post.

     

    Sebbene il rapporto sia stato scritto da quattro esperti con il supporto di un team dell’ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, esso è indubbiamente finito per essere associato al nome di Richard Goldstone. Inevitabilmente le perplessità che egli ha espresso sul suo proprio ruolo nel Rapporto indebolirà il suo impatto come documentazione storica dell’Operazione Piombo Fuso.

     

    Già il governo israeliano ha espresso soddisfazione per quello che interpreta come una ritrattazione del Rapporto e ha chiesto sia delle contrite scuse da parte di Goldstone sia il rigetto del Rapporto da parte delle Nazioni Unite. Come era prevedibile, il Dipartimento di Stato Usa ha accolto con favore l’articolo di Goldstone e c’è il timore che i governi europei vi trovino una scusa per giustificare il loro costante sostegno ad Israele.

     

    Richard Goldstone ha dedicato gran parte della sua vita alla causa della ricerca della responsabilità per i crimini internazionali. E’ triste che questo campione della responsabilità e della giustizia penale internazionale debba abbandonare questa causa con un articolo così mal ponderato ma comunque estremamente dannoso.       

     

    John Dugard è Professore di Giurisprudenza all’Università di Pretoria, Professore Emerito all’Università di Leiden, ex Relatore Speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati.

     
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