
Vedersi soffiare il posto di lavoro dai raccomandati dopo anni di sacrifici e speranze. Accade a Max, giornalista precario, Samuele, ricercatore universitario e Irma, dottoressa. I tre ex compagni di classe si ritrovano ad una cena e, stanchi delle ingiustizie subite, stringono un patto: vendicarsi di quei raccomandati che hanno rubato loro il posto.
“C’è chi dice no” si inserisce nel panorama della nuova commedia italiana che racconta di generazioni in preda alla disperazione per mancanza di stabilità socio-economica, di giovani che cercano le scorciatoie per affermarsi nella società e di quelli che al sistema si ribellano ma a scatti. Il regista Giambattista Avellino ha tenuto a precisare che la sua commedia non è paragonabile a quella del passato: “Qui non c’è la cattiveria della commedia all’italiana, i tempi da allora sono cambiati. Oggi non ci sono più personaggi da mettere alla berlina, oggi c’è bisogno di redenzione”.
E se nelle altre commedie si descrive la realtà così come appare, questo film offre un ingrediente in più: l’espediente del gruppo dei pirati, capitanato dagli stessi protagonisti interpretati dai brillanti Paola Cortellesi, Luca Argentero e Paolo Ruffini.
Il successo della pellicola si deve, quindi, a due fattori: alla simpatia e fiducia del pubblico nei confronti di questi tre attori e l’attenzione sociale e mediatica su un tema scottante e che coinvolge tutti, dai colpevoli (i raccomandati e chi li promuove) e le vittime di questo sistema.
Si ride certo ma resta la bocca amara. Purtroppo tanto se ne parla ma poco si riesce concretamente a fare per fermare la scalata degli incapaci ai vertici della società. “Il sorriso usato come grimaldello per far riflettere lo spettatore”, come ha detto il regista, ma al centro della storia c’è il dramma del precariato che “abbiamo scelto di raccontare dopo aver osservato situazioni analoghe a quelle del film vissute sulla pelle di molte persone care che ci hanno spiegato come funzionano questi meccanismi umilianti nelle università e negli ospedali, e il torbido sistema dei concorsi”, ha sottolineato il produttore Marco Chimenz.
Perché ambientare il film a Firenze? “Il problema delle raccomandazioni è diffuso ovunque, ma in una grande città se ti si chiude una porta si può sempre aprire un portone. In una città più piccola, invece, le pressioni sono maggiori: perdere un’occasione può davvero metterti con le spalle al muro”.
Un sistema talmente tanto radicato che è complicato rivoluzionarlo. Come si reagisce allora? Nel film con la vendetta, “un metodo che non è consigliabile ma è meglio che rassegnarsi a subire”, ha sostenuto Argentero, supportato dal collega Ruffini. D’altronde proteste e denuncie, come abbiamo visto in questi anni, non sono servite a nulla.
A completare il cast il grande Giorgio Albertazzi nella parte di un barone universitario che favorisce il genero nella conquista del posto da docente. Con la solita lucidità e ironia ha descritto così l’Italia delle segnalazioni e degli aiuti agli amici di o parenti di: “Le raccomandazioni c'erano anche 50 anni fa, oggi è peggio, si sono moltiplicate perché è aumentato il numero di coloro che le possono dare. Prima c'erano due sottosegretari, oggi ne abbiamo sette".
Francesca Britti
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