
In questo saggio Hannah Arendt (1906 – 1975) esamina la natura della violenza dando ad essa un significato nuovo rispetto alle dottrine tradizionali; l'autrice vuole confutare le vecchie filosofie politiche secondo le quali il potere e la violenza sono inscindibilmente legati.
Afferma a questo proposito: “Sembra in effetti che la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient'altro che una facciata, il guanto di velluto che nasconde il pugno di ferro. Ad un esame più attento, però, questo concetto perde gran parte della sua plausibilità.”
L'idea secondo cui potere e violenza siano due aspetti correlati deriva da quelle filosofie di pensiero che sono state elaborate nel momento in cui si sono formati gli stati-nazione in Europa.
Si ricordi quanto disse Thomas Hobbes nel XVII secolo, cioè che i naturali e crudeli istinti umani spingono gli uomini ad associarsi dando luogo allo stato, che per definizione non può che essere un ente dotato di forza assoluta: “I patti senza la spada non sono che parole senza nessuna forza.”
Secondo la Arendt questo filone di pensiero coincide anche con “le numerose scoperte di un innato istinto di dominazione e di un'innata aggressività negli esseri umani.”
John Stuart Mill sosteneva che nell'animo umano sia preponderante il desiderio di comandare, abbinato ad una scarsa volontà di sottomettersi agli ordini.
La Arendt asserisce che potere e violenza siano invece slegati, e per far questo propone un'interpretazione diversa della psicologia umana.
Non è affatto vero che l'essere umano cerca solamente il comando sugli altri, ma, al contrario: “Un ardente desiderio di obbedire e di essere comandati da un uomo forte spicca nella psicologia umana almeno quanto la volontà di potere. La volontà di potere e la volontà di sottomissione sono interconnesse. Una forte tendenza al rifiuto di obbedire è spesso accompagnata da una tendenza altrettanto forte al rifiuto di dominare e di comandare.”
Per spiegare questo, la Arendt prende ad esempio la vecchia economia basata sulla schiavitù. Gli schiavi servivano ad affrancare i padroni dal dovere di svolgere le faccende domestiche e a consentire agli stessi la partecipazione alla vita pubblica, quindi: “Se fosse vero che non c'è niente di più dolce che dare ordini e dominare sugli altri, il padrone non avrebbe mai lasciato la sua casa.”
L'essere umano, pertanto, non punta solo al dominio, il cui esercizio può rivelarsi psicologicamente scontato e insoddisfacente; se questo è vero, lo stato non si basa necessariamente sulla coercizione, perché i cittadini spontaneamente obbediscono, perché spontaneamente appoggiano il potere che l'apparato pubblico esercita su di loro.
Hannah Arendt in proposito argomenta: “È il sostegno del popolo che dà potere alle istituzioni di un Paese.”
L'autrice arriva così a slegare il concetto di potere da quello di violenza. Il potere non si regge sulla violenza. Potere e violenza sono due entità distinte, anche se talvolta il potere fa uso della violenza per combattere i suoi nemici, che possono essere gli stati esteri o i briganti interni.
Il potere, comunque, si fonda sul consenso della maggioranza, e la violenza non è affatto “la più flagrante manifestazione” dello stesso.
Il potere quindi: “Appartiene ad un gruppo e continua ad esistere soltanto finché il gruppo rimane unito.”
Da questo si evince che: “Un governo basato esclusivamente sui mezzi di violenza non è mai esistito. Quando non si obbedisce più all'ordine i mezzi di violenza non servono più. La questione dell'obbedienza non è decisa dal rapporto comando/obbedienza ma dall'opinione e dal numero di coloro che la condividono. Gli uomini soli senza appoggio di altri, non hanno mai potere a sufficienza per usare la violenza con successo.”
L'autrice aggiunge poi: “La violenza può distruggere il potere, ma è assolutamente incapace di crearlo.”
La violenza, inoltre, non è irrazionale, ma è uno strumento che viene utilizzato per raggiungere un certo scopo, alla cui base spesso esiste una precisa ideologia: “La violenza, essendo strumentale per natura, è razionale nella misura in cui è efficace nel raggiungere il fine che deve giustificarla. Può servire a drammatizzare le ingiustizie e a sottoporle all'opinione pubblica.”
La Arendt mette in guardia verso quelle concezioni, propugnate da filosofi come Sorel, che fanno della violenza un “forza vitale” in grado di cambiare le cose: “La pratica della violenza, come ogni azione, cambia il mondo, ma il cambiamento più probabile è verso un mondo più violento.”
Rosa Aimoni
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