Il cinese è la lingua più parlata al mondo e diventerà ancora più importante nei prossimi decenni con lo sviluppo dell’economia cinese che già oggi è la seconda a livello mondiale.
Sono queste la principali motivazioni che spingono negli ultimi anni molti studenti americani ed europei, e tra questi sempre più italiani, alla scelta di studiare il cinese. Nel corso dell’ultimo decennio quasi tutte le università italiane hanno attivato corsi di lingua cinese e si sono ampiamente diffusi corsi offerti da associazioni culturali, scuole private, enti e aziende.
Dall’istruzione universitaria alle scuole superiori il passo è stato breve.
Nella sola Lombardia sono già 18 i licei in cui si studia la lingua cinese e tra i sinologi è all’ordine del giorno il dibattito sulla formazione e le modalità per l’abilitazione dei futuri docenti. Al di là dell’indubbia utilità di questa lingua per diventare competitivi nel mondo del lavoro, l’apprendimento del cinese comporta altre opportunità da non sottovalutare.
Per la prima volta un pubblico piuttosto ampio si rivolge ad una lingua extra-europea la quale, essendo completamente altra rispetto all’italiano, richiede modalità di apprendimento e produzione completamente diverse e, di conseguenza, comporta lo sviluppo di abilità mentali differenti da quelle che siamo abituati a mettere in gioco nel campo linguistico. Vari sono gli elementi che nell’apprendimento del cinese sorprendono e “complicano” la vita di noi parlanti occidentali.
Punto primo: la scrittura.
Per imparare veramente il cinese, al di là delle frasi utili nelle situazioni quotidiane, occorre saper riconoscere gli ideogrammi, pena l’impossibilità di leggere testi anche molto semplici e brevi e, fatto più grave, l’impossibilità di usare manuali di apprendimento in cinese.
Imparare gli ideogrammi significa memorizzare delle immagini; il numero di tratti e punti che compongono ciascun segno; fissare nella mente il loro orientamento e disposizione nello spazio; cogliere sempre nuove forme grafiche e non solo nuovi significati come noi occidentali siamo abituati a fare.
Gli ideogrammi sono molto numerosi e spesso differiscono tra loro solo per piccolissimi particolari che sfuggono all’occhio inesperto. Bisogna educarsi ad osservare, allenarsi a cogliere rapidamente con lo sguardo forme complesse ed elementi solo apparentemente insignificanti. Scrivere ideogrammi comporta naturalmente un’attenzione diversa da quella richiesta dalla scrittura dei caratteri alfabetici poiché la diversa lunghezza di un tratto, il diverso orientamento di un punto, le diverse proporzioni tra le componenti del segno portano alla difficile riconoscibilità e, nei casi peggiori (non infrequenti), al fraintendimento.
Punto secondo: i toni.
Mentre la lingua italiana è caratterizzata da un accento di intensità, cioè nella produzione fonica ci si sofferma più a lungo sulla sillaba accentata, il cinese è una lingua tonale. Nel mandarino i toni sono quattro: piano, ascendente, ascendente-discendente e discendente. Data la frequente omofonia delle sillabe, il tono ha valore fortemente distintivo, per cui sbagliare tono equivale al nostro prendere fischi per fiaschi. Occorre sviluppare un orecchio “musicale” in grado di memorizzare e riprodurre la melodia della lingua. La frequente omofonia e omotonalità delle sillabe rende talvolta poco utili le trascizioni in caratteri latini (pinyin) per cui di fronte ad alcune decine di sillabe tutte trascritte come shi, tutte contraddistinte dal quarto tono e tutte diverse tra loro come significato, è inevitabile dover ricorrere alla lettura dell’ideogramma in modo da disambiguare il termine.
Punto terzo (e più interessante): le costruzioni sintattiche del cinese sono molto diverse da quelle italiane. Per cui, solo per fare un esempio, laddove l’italiano dice quando piove me ne sto a casa, il cinese risponde con piove quando, io a casa (sto).
Molte espressioni italiane, semplicemente, non sono traducibili in cinese e viceversa. Occorre pensare in modo diverso e, in questo pensare diversamente, ci si mette alla prova sviluppando la propria elasticità mentale. Le difficoltà incontrate a volte scoraggiano e allontanano dallo studio di questa lingua così complessa, ma anche così affascinante e, allora, sarà di grande stimolo pensare che studiare il cinese non significa solo imparare una lingua, ma adottare un nuovo habitus mentale, acquisire una nuova forma mentis fino ad abbracciare un diverso modo di ragionare e organizzare logicamente gli eventi.
E poiché spesso anche gli incentivi più materiali sono molto potenti, sarà utile ricordare che sono in continuo aumento le borse di studio per chi si dedica allo studio della lingua cinese, a partire da quelle offerte dal governo cinese (www.mae.it), fino a quelle messe in palio dai singoli istituti Confucio e alle borse di studio di un mese offerte ai migliori esaminandi del test di conoscenza della lingua cinese HSK . Il prossimo appello, a Milano, è per il 21 maggio. (www.tuttocina.it/tuttocina/lingua/HSK_Milano.htm).
Rossana di Gennaro
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