
Narrazione scarna, linguaggio poetico, immagini visionarie. Si presenta così l’ultimo film di Terrence Malick, fresco vincitore della Palma d’Oro al 64esimo Festival di Cannes.
L’attesa per i fan di Malick è durata ben anni considerando che l’uscita del film era prevista per il 2009 ma a causa della maniacale precisione del regista è slittata a quest’anno, conquistando anche l’ambito premio a Cannes.
Il grande fermento attorno a quest’opera ha generato consensi, soprattutto da parte degli adepti, e delusione. Dopo “La rabbia giovane” e “La sottile linea rossa”, Malick è tornato con “The Tree of life” ad affrontare l’intreccio fra vita e morte.
La storia, o meglio la microstoria, racconta di una famiglia negli anni ’50. Lui burbero e autoritario, lei protettiva e affettuosa. Tre figli, di cui uno muore a 19 anni. La morte stravolge l’esistenza dell’intera famiglia, spingendola a fare i conti col quel passato turbolento.
Inizia così la macrostoria, il vero tema del film, il senso della vita e le sue origini (l’albero della vita da cui prende il titolo il film). È in questo momento che il regista sfoggia la sua eccentricità: la creazione dell’universo e le sue componenti, acqua e fuoco, cielo e terra. Immagini spettacolari che però appaiono slegate dalla storia della famiglia O’Brien, tanto da suscitare stupore e ilarità tra gli spettatori.
In particolare quando nella rappresentazione della natura compare un dinosauro, un velociraptor, stile Jurassic Park. Se poi la musica di sottofondo ricorda quella di Superquark ecco che le risate sono servite sul piatto d’argento, facendo esclamare a qualcuno: “Manca solo Piero Angela!”.
Se sulla narrazione il film ha mostrato delle ombre, perfetta e incantevole è la fotografia. Così come la recitazione con pochi dialoghi ma molto intensa da parte dei tre attori, Brad Pitt (signor O’Brien), Jessica Chastain (signora O’Brien), Sean Penn (Jack), giunto alla seconda collaborazione con Malick, dopo “La sottile linea rossa”, e applaudito anche per la prova in “This must be the place” di Paolo Sorrentino, uscito a mani vuote dal festival.
Grande assente alla manifestazione è stato proprio Malick, “sostituito” da Brad Pitt a difendere la pellicola, da lui stesso prodotta, durante la conferenza stampa. Del regista ne ha esaltato la creatività e la dolcezza: “Terrence lavorava giorno per giorno, scriveva al momento, ci dava nuove pagine di copione ogni mattina e non voleva che le imparassimo bene. Abbiamo trascorso molto tempo insieme a lui nella casa che è al centro del film, prima di girare. È stata un'esperienza straordinaria e potrei andare avanti a parlarne per giorni”.
Altro elemento costitutivo del film è la spiritualità; infatti frequenti sono i cantici religiosi e le citazioni bibliche. Ma “l'opera non riflette una religione o una filosofia in particolare. Credo che le comprenda tutte perché rimanda a una spiritualità universale che possa interessare gli spettatori di tutte le culture”, ha concluso l’attore di “Il curioso caso di Benjamin Button”.
“The tree of life”: Stravagante, lentissimo e paranoico.
Francesca Britti
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