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    Generazione NEET: di chi è la colpa?

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    Chi sono i giovani NEET? Secondo un’indagine Istat, in Italia nel 2010 si è registrato un aumento del 6,8% rispetto all’anno precedente dei giovani NEET (Not in education, employment or training), acronimo inglese per indicare giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione regionali della durata superiore a 6 mesi.

    La percentuale, in apparenza poco significativa, diventa allarmante se si considera che il dato implica che 2,1 milioni di giovani - e cioè il 22,1% del totale dei giovani italiani al di sotto dei trenta anni - non apprendono un mestiere o una professione e tantomeno lavorano: in sostanza non fanno nulla. La maggior parte di loro ha conseguito la licenza media o un diploma.

    Di chi è la colpa?
    Dei ragazzi fannulloni verrebbe da pensare… ma è sufficiente ascoltare gli studenti che frequentano gli ultimi anni delle scuole superiori per rendersi conto che la responsabilità di questa situazione non è soltanto loro. Tra i giovanissimi regnano scoraggiamento, rassegnazione e quasi un senso di disfatta: molti di loro sono convinti del fatto che proseguire gli studi fino al conseguimento della laurea sarà del tutto inutile.
    Come dare loro tutti i torti visto il crescente tasso di disoccupazione giovanile, visto il sottoutilizzo di molti giovani laureati, e perfino specializzati, che finiscono a lavorare nei call-center e visto che nella società contemporanea non sono certo i giovani che curano la propria istruzione ad essere premiati?
    E in che modo il mondo dell’istruzione e il mondo del lavoro vengono incontro ai giovani?
    Dal mondo del lavoro non sembrano arrivare segnali positivi a parte la richiesta di tecnici fortemente specializzati che la scuola non è al momento in grado di preparare nonostante il recentissimo riordino della scuola secondaria superiore.

    La riforma dei licei, dell’istruzione tecnica e professionale avviata quest’anno, infatti, ha sortito risultati molto diversi da quelli attesi. Il rilancio degli istituti tecnici e professionali, che avrebbero dovuto fornire personale specializzato al mondo dell’industria, del commercio e dell’artigianato, si è risolto in una grande fuga da queste scuole verso i licei. Dal canto loro i licei, e soprattutto quello scientifico-tecnologico dove l’insegnamento del latino viene sostituito dal potenziamento delle materie scientifiche (ma il ministro Gelmini non aveva parlato anche di rilancio dello studio del latino?) continuano a incamerare le iscrizioni di moltissimi ragazzi poco motivati allo studio e, forse, maggiormente incentivati dal desiderio di promozione sociale.

    Non è sorprendente che di questi tempi quasi un giovane su due al momento del diploma ritenga di non aver scelto e seguito un corso di studio adatto alle proprie esigenze.
    Anche da ciò deriva la mancanza di entusiasmo per il proseguimento degli studi. Usciti dal sistema scolastico, quando i ragazzi vengono respinti dal mondo del lavoro perché sono poco qualificati, perché non hanno esperienza (e come potrebbero averne?) e perché in tempo di crisi economica di lavoro non ce n’è per nessuno, il gioco è fatto: i giovani diventano NEET, fannulloni. Negli ultimissimi giorni, a fronte di un tasso di disoccupazione giovanile che in Italia sfiora ormai il 30%, il governo sembra essersi accorto che il sistema scolastico non funziona ancora come dovrebbe e il ministro Gelmini ha annunciato l’avvio per il prossimo anno degli Istituti Tecnici Superiori, percorsi di studio post-diploma che formeranno professionisti in aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo del Paese. “C’è un gap tra le richieste delle imprese che vogliono tecnici sempre più specializzati e i numeri che la scuola riesce a formare – osserva il ministro-, noi dobbiamo dare risposte”.

    Parole quasi incoraggianti se non fosse che, come è ormai noto a tutti, le risorse finanziarie destinate all’istruzione non sono sufficienti neppure a fare funzionare l’esistente. Si stenta così ad immaginare che 58 nuovi corsi – queste le ottimistiche previsioni del ministero - possano essere istituiti e funzionare a pieno regime già a partire dal prossimo anno. Il ministro Gelmini aggiunge: “se da un lato vanno assecondate le inclinazioni dei giovani dall’altro dobbiamo fare opera di orientamento per restituire all’istruzione tecnica una reputazione che riconosca la sua reale importanza.

    Genitori e studenti devono cambiare mentalità su questo fronte”. Insomma, il ministro Gelmini da una parte ci assicura che il ministero farà la sua parte per potenziare l’istruzione tecnica e professionale e adeguarla alle richieste del mercato del lavoro, ma dall’altra sembra dire che, se i giovani continueranno a non trovare un sistema di istruzione adeguato alle loro esigenze e ad essere respinti dal mondo del lavoro, sarà colpa loro… Sarebbe forse più utile, prima di avviare nuovi corsi e di sostenerne le relative spese, interrogarsi su quali investimenti siano stati fatti finora e si possono fare perché l’istruzione tecnica e professionale già esistente non rimanga una scuola di serie B, su come si possano realmente svecchiare i licei e su quali siano le reali aspirazioni e potenzialità dei giovanissimi tacciati di fannulloneria.

    Rossana di Gennaro

     
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