
Il poeta Davide Rondoni l’ha presentato come “voce poetica inconfondibile”. Lui è Daniele Mencarelli, classe 1974, romano. Tra le sue raccolte di poesie “Bambino Gesù”, scritto durante l’esperienza come addetto delle pulizie nell’ospedale pediatrico.
Cos’è per te la poesia?
“In questo momento la poesia è indagine sul mondo con la parola, testimoniare il mondo attraverso questo mezzo poverissimo ma straordinario perché nella parola c’è qualcosa di miracoloso, di ultraterreno; la parola sa farsi carico dell’umano in maniera misteriosa … mi capita di leggere un testo e di capire quanto dentro quel testo ci sia una tensione reale, quando dentro c’è un dato umano che spinge e che innerva la parola”.
Daniele racconta nelle sue poesie in “Bambino Gesù” del dolore dei genitori per la perdita di un figlio. Un dramma rappresentato con un tono diretto ma delicato al tempo stesso.
Come fa un poeta a testimoniare la condizione umana se certe sensazioni non le ha provate?
“C’è un sentimento straordinario, che non è di proprietà assoluta delle religioni, ossia la compassione; anche se non ho avuto un’educazione religiosa pressante, indubbiamente quando vedo qualcuno che soffre non posso non sentire quel dolore come un mio dolore, quando sei di fronte ad un dolore così inspiegabile come quello di un bambino deve sentirlo come se fosse tuo sennò non sei un essere umano”.
L’incontro di poesia, quarto appuntamento del ciclo “I Sabati dello Scriptorium”, si è svolto sabato presso il dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma. Durante la lettura di alcune poesie Mencarelli ha sostenuto che “L’occhio del poeta vede la grandezza delle cose”.
Quindi anche le cose semplici, più banali possono essere raccontate?
“Io credo che il vero coraggio non si manifesta nelle grandi affermazioni ma sono quelle più semplici a nascondere grandi verità. E poi spesso il poeta è visto come un uomo che grazie a questa sua visionarietà trascende un po’ il reale ma secondo me non è così, è esattamente l’opposto; il poeta riesce a cogliere l’esatta misura del reale e l’esatta grandezza del reale. Lui non fa altro che vederlo per quello che è, non lo ingigantisce”.
Il poeta, rispetto allo scrittore, magari non ha progetti. Ma c’è qualcosa di cui vorresti parlare nelle tue poesie e che ancora non hai fatto?
“La poesia non ha dei settori d’appartenenza e altri che sono vietati io credo che se riesci a far entrare la poesia in ogni ambiente umano per giocoforza saldi tanti aspetti. La poesia è domanda sulla nostra condizione umana, sul nostro stare qui. Nell’ultimo libro io parlo di due genitori, io e mia moglie, che abbiamo deciso di non fare nascere un bambino perché gravemente malato. Questo è un tema che ha una grande rilevanza sociale se poi si pensano ai vari casi molto discussi come quello Englaro però in realtà non c’è mai la scelta di raccontare quella determinata esperienza perché ha un impatto sociale, quello è un passaggio successivo. Io racconto, testimonio quelle esperienze che hanno un grande impatto per la mia vita. Gli attestati più belli per Bambino Gesù che difficilmente dimenticherò non sono tanto quelli dei critici, dei premi, dei giornalisti ma quello di un padre di famiglia che ha perso un figlio dentro quell’ospedale e che si è sentito rappresentato, ha sentito un modo di eternare quello che ha vissuto lui”.
La raccolta è edita da Gransasso Nottetempo al costo di 7 euro.
Francesca Britti
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