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    Acqua: meglio pubblica o privata?

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    acqua

    I quesiti referendari del 12 e 13 Giugno porranno i cittadini di fronte a una scelta niente affatto semplice: mantenere il servizio idrico nazionale alla gestione pubblica oppure proseguire nel trasferimento ai privati secondo un’operazione già avviata negli ultimi 15 anni.

    “L’acqua non si vende dicono i sostenitori” della gestione pubblica, “il pubblico è male” rispondono i sostenitori della liberalizzazione. In realtà, dietro questi slogan - che rischiano di trasformarsi in un’ennesima violenta e, soprattutto, inutile contrapposizione pseudo-ideologica tra destra e sinistra -  si nasconde una questione economica molto più complessa.

    L’Italia ha un ricchissimo patrimonio di acqua piovana (si calcola che sul nostro paese cadano 296 miliardi di metri cubi l'anno di pioggia) che però non riesce a tesaurizzare. Ogni cittadino potrebbe avere a sua dispozione annualmente 3000 metri cubi d’acqua l’anno, ma riesce concretamente a usufruire solo di 136 metri cubi. Parte dell’acqua si perde a causa della mancanza di invasi sufficientemente capienti e un’altra quantità cospicua si spreca a causa dei danni strutturali della nostra rete di acquedotti. Tubi rotti insomma, per cui ogni 100 litri di acqua raccolti alla fonte al rubinetto ne arrivano solo 53!

    Ma chi gestisce questa rete rete idrica che fa letteralmente acqua da tutte le parti?

    In primo luogo, occorre chiarire che la questione dell’acqua pubblica o privata non riguarda solo l’erogazione vera e propria, ma che questo servizio si inserisce all’interno di un ciclo composto di una serie di fasi altrettanto importanti, anche se meno evidenti al consumatore. Ciò significa che il gestore non può limitarsi a operazioni di manutenzione delle tubature, ma deve occuparsi della costruzione e manutenzione degli invasi,  della rete fognaria e dell’efficienza degli impianti e dei processi per il trattamento delle acque di scarico. Le spese per una gestione efficiente sono chiaramente enormi.

    Fino alla metà degli anni ‘90 la gestione della rete idrica era affidata a 8500 comuni italiani.

    Poi, nel 1994, la legge Galli aveva introdotto alcuni cambiamenti. Per evitare lo spezzettamento della gestione delle varie fasi del ciclo, che fino ad allora era stato la norma, aveva introdotto il concetto di “ciclo integrato dell'acqua” e, quindi, la necessità di un unico gestore per l'intero ciclo. La legge prevedeva anche che il costo della gestione del servizio idrico fosse caricato sulla bolletta e non più fatto ricadere sulla fiscalità generale che non avrebbe potuto sostenerla. A questo fine aveva individuato gli Ambiti Territoriali Ottimali (Ato) - autorità costituite da assemblee di sindaci e competenti dell'organizzazione - che dovevano occuparsi dell'affidamento e del controllo del servizio integrato oltre che di stabilire le tariffe a cui le società di gestione devono sottostare. Ancora a 15 anni dalla riforma, però dei 92 Ato solo 72 avevano provveduto ad riaffidare il servizio. L’acqua è così rimasta quasi completamente in mano pubblica.

     

    Il «codice dell'ambiente» del 2006 ha abrogato la legge Galli, mentre gli Ato sono stati aboliti dalla legge 42/2010 e dovrebbero cessare di esistere entro dicembre 2011.

     

    Nel 2009 il decreto Ronchi (che recepiva i principi comunitari per l'affidamento ai privati dei servizi pubblici locali o la scelta del partner privato nelle aziende miste), seguendo la logica della liberalizzazione del settore idrico, ha reso obbligatoria l’istituzione di una gara pubblica per l’affidamento della gestione dei servizi idrici a imprenditori e società privati o a società miste pubblico/privato e ha introdotto il criterio del profitto tra quelli che contribuiscono a definire le tariffe del servizio idrico.

    Questa è la situazione attuale dal punto di vista legislativo. Da un punto di vista più pratico la questione è che occorrono circa 60 miliardi di euro per ammodernare la rete idrica. Gli enti pubblici dispongono di queste risorse? Come potrebbero procurarsele? Non sarebbe meglio affidarsi ad una gestione privata anche senza che la loro partecipazione sia resa obbligatoria? Quali sono i rischi di una gestione privata?

    Queste sono le riflessioni davanti alle quali ci pone il refendum. Il primo quesito, infatti, chiede l'abrogazione dell'articolo 23-bis della legge 133/2008 così come modificato dalla legge Ronchi e cioè quello relativo alla liberalizzazione del servizio.

    I sostenitori del NO ritengono che grazie al decreto Ronchi si potrebbe avere acqua pubblica ma gestita da privati e che si tratterebbe di liberalizzazione e non di privatizzazione dal momento che il decreto parla di una «piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche». In altre parole, il gestore del servizio può essere pubblico o privato, ed è una gara a deciderlo, ma le reti restano di proprietà esclusivamente pubblica.

    I sostenitori del SÌ insistono, invece, sul fatto che si tratti della “privatizzazione” di quello che dovrebbe essere un “monopolio naturale” e che, la legge Ronchi non adempie ad alcun obbligo comunitario.

    Il secondo quesito verte su una norma introdotta dal governo Prodi attraverso l'articolo 154 del decreto legislativo 152/2006 che prevede un modellamento delle tariffe tenendo conto della adeguatezza del capitale investito dai soggetti misti pubblico-privato.

    I sostenitori del NO (e, cioè, del mantenimento di questa norma) rispondono che non bisogna temere aumenti di spese perché le liberalizzazioni consentiranno una diminuzione delle tariffe che, pur essendo più basse rispetto agli altri Paesi europei, sono cresciute del 47% tra il 2000 e il 2009. Ognuno pagherà per quello che consuma e ci sarà una forte spinta al risparmio della risorsa idrica.

    I sostenitori del SÌ (e quindi dell’abrogazione della norma) sostengono che in questo modo si darà ai privati la possibilità di fare profitti sull'acqua e che i prezzi per i consumatori aumenteranno almeno del 30%.

    I sostenitori del NO hanno dalla loro parte il parere dell’OCSE che, nell'Economic Survey 2011 dedicato all'Italia, scrive che la privatizzazione del servizio idrico è «una riforma necessaria», sottolineando che «aprire alla competizione, e allo stesso tempo permettere la fusione tra società, potrebbe ridurre i costi» e garantire maggiori investimenti visti gli «scarsi» fondi a disposizione del settore pubblico.

    I sostenitori del SÌ hanno dalla loro l’efficacia della gestione pubblica del sistema idrico in molti paesi europei e il fatto che la legge Ronchi così com’è né incentiva né permette un corretto intervento dei privati e perciò deve essere necessariamente modificata.

    Per coloro che sono chiamati al voto da una parte la consapevolezza che molto difficilmente gli enti pubblici potranno garantire il gettito di denaro sufficiente alla gestione del sistema idrico se non a costo di scelte impopolari quali l’aumento delle tariffe o il sacrificio di altri servizi pubblici. Dall’altra, la preoccupazione che i privati mirino esclusivamente al loro profitto e che gli stessi enti pubblici, nella gestione degli appalti,  non riescano a garantire la necessaria trasparenza e non riescano ad evitare che tali appalti diventino motivo di guadagni illeciti.

    Una domanda così complessa viene rivolta ai cittadini forse nel momento meno adatto con la conseguenza che una questione di grande rilevanza economica per il nostro paese rischia di ridursi alla scelta di stare con Berlusconi o contro Berlusconi.

    Questa volta non si tratta di esprimere un voto puramente politico, di accordare la propria preferenza alla destra o alla sinistra, ma di decidere delle sorti della nostra acqua, di quell’acqua che non ci preoccupiamo di risparmiare e che diamo per scontato che potrà continuare a scorrere dai nostri rubinetti senza limiti, spese aggiunte e assolutamente a nostra volontà.

    Rossana di Gennaro

     
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