Con una reiterazione resasi oramai sempre più ingravescente, siamo costretti a sottostare alle più inverosimili manifestazioni di aggressività soprattutto da parte di un anfotero coacervo di politicanti, le quali stridono vistosamente con la fallace vena ottimistica a suo tempo palesata da J.J. Rousseau sulla innata bontà degli esseri umani.
Questo pernicioso tralignamento socio-antropologico, meglio si calibra invece con la teoria elaborata da Lorenz, la quale ritiene l'aggressività innata nella condizione umana e animale. In entrambe le congiunture, essa ricapitola atteggiamenti e comportamenti volti alla fisiologica metabolizzazione di una carica tensiva progressivamente accumulata, al fine di disciplinare omeostaticamente le relazioni sociali di rispettiva pertinenza.
Come era del resto da attendersi, questa teoria ha beneficiato di un relativo consenso da parte del consesso scientifico. Le ragioni di una tanto virtuale discrasia vanno ricercate nel suo porsi in antitesi rispetto a un'altra teoria, la quale, invero assai più comodamente e convenientemente, incentra invece sull'uomo la responsabilità della soggettiva modulazione di questa spinta reattiva, atteso che, assimilando l'aggressività come un istinto, essa implichi il ricorso del meccanico condizionamento dell'operato umano. E, questo, suona in maniera alquanto conflittuale in una società come quella odierna che è sempre più pesantemente subordinata a una pletora di retaggi sociali e religiosi.
Nella elaborazione della sua teoria delle pulsioni, Freud correla l'aggressività con la sessualità. E, poiché essa soddisfa anche pulsioni di morte, la riconduce al sadomasochismo. Così contemplata, l'aggressività si propone come un momento pulsionale distruttivo: di una distruttività suscettibile di proiettarsi all'esterno dell'individuo oppure di riverberarsi al suo interno, rivestendo così un ruolo prioritario nell'inconscio e divenendo dunque capace di assumere polimorfe estrinsecazioni palesantisi attraverso i comportamenti, le variazioni dell'umore, le nevrosi e altro.
Ma abbiamo anche visto come l'aggressività esprima nel contempo un'istanza di morte. Per questo, essa si pone in maniera antinomica con la vita istintiva e affettiva. Interessanti appaiono in proposito gli studi compiuti da Adler. A suo avviso, l'aggressività si riconduce a una pulsione primaria e innata nell'individuo. Ne consegue che essa risulti largamente condizionata, nelle sue differenti manifestazioni, dalla risposta soggettiva a sentimenti di inferiorità. Di conseguenza, viene a proporre la dinamica traslazione del processo dall'ambito individuale a quello sociale.
Heller, a sua volta, insiste sulla natura culturale dell'aggressività, che viene di conseguenza a configurarsi come istinto, inducendo quindi al rigetto dei concetti di innatismo e di naturalismo come base del comportamento aggressivo, dal momento che, recependone la culturalità e la socialità, si finisce con il rovesciarle addosso tutto quanto possa tornare comodo da spiegare e da giustificare.
Innata o elaborata che sia, l'aggressività rimane comunque una necessaria disposizione vitale nel far fronte a situazioni inerenti la sfera emotiva e affettiva individuale, la quale neurofisiologicamente implica il coinvolgimento di appositi distretti del sistema nervoso.
Riguardo il contesto ormonale responsabile della spinta aggressiva, è interessante rilevare che mentre gli ormoni maschili ne abbassino la soglia, quelli femminili la innalzino. Se ne evince come in ogni evenienza ricorra comunque una intima relazione fra l'aggressività e la sessualità.
Parimenti in chiave cruciale si pone l'aggressività nel corso del processo evolutivo umano e animale. Si tratta di un ruolo che viene esaustivamente sintetizzato mediante il concetto del cervello triunitario proposto da Mac Lean. Egli ha dimostrato l'esistenza di una organizzazione encefalica riassunta da tre fondamentali distretti anatomici, ciascuno dei quali entra in relazione sia con le tre grandi classi di animali che hanno preceduto la comparsa dell'uomo sul pianeta – rettili, mammiferi e primati - , sia con determinate aree cerebrali comportamentali, ideative ed emotive. Diventa così possibile distinguere un cervello arcaico o rettiliano, afferente soprattutto agli istinti e ai relativi comportamenti; un cervello emozionale, riscontrabile nei mammiferi e riconducibile sostanzialmente alle funzioni limbiche, e perciò correlate con le emozioni e con gli affetti, e un cervello più recente, identificabile nella neocorteccia, tipico degli ominoidi e che si è particolarmente sviluppato nell'uomo.
Tanto nell'uomo quanto nell'animale, l'aggressività è pertanto ampiamente subordinata al cervello rettiliano e a quello emozionale. Tuttavia, mentre la prima di queste strutture offre a considerare minime differenze fra gli uomini e gli animali, la neocorteccia si articola diversamente in entrambi, sia sul versante quantitativo che qualitativo. Ciò nonostante, taluni comportamenti, come appunto quello aggressivo, presentano minime differenze fra l'uomo e gli animali; inoltre, essi risultano essere anche scarsamente emendabili e influenzabili dalla pur enorme potenzialità del neopallio. Il che induce molti ricercatori a ritenere che i cervelli rettiliano ed emozionale umani siano potenzialmente assai più evoluti di quelli animali, anche se questo potrebbe ricondursi al fatto che l'ipertrofia corticale abbia finito con il potenziare taluni circuiti neurofunzionali delle sottese strutture piuttosto che regolarle e depotenziarle. Quest'ultimo aspetto assume notevole rilevanza poiché coinvolge le abitudini e le norme sociali, le quali, proprio perché sono capaci di influenzare in particolare l'attività noetica ed elaborativa della neocorteccia, dovrebbero in definitiva modulare il comportamento affettivo, emotivo e istintivo degli individui. Ciò, onde assicurare la più idonea spinta di libertà e di creatività, tanto da armonizzare con quanto sostenuto da Koestler, il quale ritiene che proprio attraverso la dipendenza e la sottomissione scaturisca un eccesso di aggressività. Viene così a configurarsi uno scenario contemplante l'individuo piuttosto eterodeterminato che autodeterminato. Diventa di conseguenza comprensibile perché l'aggressività rilevabile tra i singoli individui e tra i gruppi di individui risulti condizionata dal livellamento e dalla massificazione delle idee, dei modelli sociali, delle fedi politiche e religiose, complessivamente volte a instaurare quella che a ragione la Levi-Montalcini considera “una deleteria sindrome del gregge”. Capita perciò che la neocorteccia, condizionata dagli impulsi gregari sobillati dalle false credenze sociali, si ponga al servizio degli stereotipi moduli del cervello rettiliano, e quindi del cervello più arcaico, anziché influenzarlo in chiave omeostatica.
Appare da questo evidente perché il comportamento aggressivo sia tipico della natura umana. Proprio attraverso la sua carica aggressiva, ciascun individuo viene continuamente chiamato a confrontarsi non soltanto con la sua personale strutturazione, ma anche con la collettività. L'alterato bilanciamento di questi impulsi, porta alla comparsa di problematiche individuali e sociali.
Un comportamento aggressivo implica l'iperattivazione del sistema nervoso simpatico, il cui cronico blocco esita nella comparsa di una serie di disturbi che vanno dall'ipertensione arteriosa, all'ipertiroidismo e ad altro.
Le massime collettive, i bisogni sociali sempre più artificiosamente esasperati, portano alla rinuncia di quel significativo elemento di novità che dovrebbe invece essere l'obiettivo di ciascun individuo, il quale, lasciandosi invece abbacinare dai falsi ideali di lotta, finisce con il frustrarsi e con il riversare quella accumulata tensione sulla sua unità psicosomatica, derivandone pesanti conseguenze, le quali non esprimono soltanto il suo sforzo adattativo alla normativa collettiva, ma denotano altresì la ricorrenza di una normativa sociale soggettivamente percepita in maniera abnorme. A quel punto, l'individuo si gratifica acquisendosi come entità isolata attraverso una espressione morbosa certamente confinata nel privato, ma che traduce nel contempo la testimonianza di un inquietante malessere collettivo.
Sempre più palesemente preda di questa dinamica, la persona che esercita funzioni di potere viene pertanto a convincersi di essere diventata ormai intoccabile. Questo è da imputarsi soprattutto all'iperincrezione del testosterone, un ormone che non aumenta soltanto il desiderio sessuale, ma che svolge anche un ruolo determinante nella manifestazioni di potenza e di aggressività.
In senso lato, la carica tensiva risulta dannosa per la sessualità: per questo, la masturbazione compulsiva rappresenta un importante ripiego per alleviarla; ma la stessa, incrementando nel contempo la secrezione adrenergica, porta a una perdita della eccitazione. E, poiché la masturbazione si configura nell'ambito della sessualità, molti sessuologi suggeriscono ai loro pazienti la sua pratica regolare per poter scaricare le tensioni accumulate senza produrne altrui conseguenze.
Piero Tucceri
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