
Due dei film vincitori al festival di Cannes 2011 riflettono sulla sofferenza umana e sulla salvezza.
Le Gamin au vélo (“Il ragazzo con la bicicletta”) dei fratelli Dardenne e The tree of life (“L’albero della vita”) di Malick, film vincitori a Cannes rispettivamente del Gran Premio della Giuria (ex-aequo con In Anatolia del turco di Nuri Bilge Ceylan) e della Palma d’Oro, affrontano l’intreccio tra due grandi temi della letteratura e della filosofia di tutti tempi: l’incomprensibilità del male e le difficoltà del rapporto padre-figlio.
Pur molto diversi tra loro, entrambi propongono una complessa riflessione sulle nostre origini, su ciò che è stato prima della nostra esistenza, sull’insondabilità del bene e del male e, in ultima analisi sul mistero del destino umano.
“Il ragazzo con la bicicletta”, film dei fratelli belgi Dardenne e Gran Premio della Giuria, mette in scena il dramma classico dell’infanzia abbandonata.
Cyril ha dodici anni e vive in un centro di accoglienza per l’infanzia. Il padre Guy, lo ha abbandonato senza troppi scrupoli forse perché incapace di assumersi le proprie responsabilità, forse per assecondare la donna con la quale cerca di rifarsi una vita. Nonostante Cyril non si dia per vinto e riesca a rintracciarlo, il padre non esita ad allontarlo e a chiedergli di non cercarlo mai più. La sofferenza di fronte alla quale si trova il bambino, apertamente rifiutato dal padre, non traspare in tutta la sua drammaticità dalla narrazione che si mantiene sempre sobria e fin troppo equilibrata, ma emerge con evidenza dai quei graffi che il bambino infligge al proprio volto sentendosi impotente di fronte alla gratuità del male del quale è vittima. Ma se incomprensibile è la causa di questo dolore inflitto da un genitore al proprio figlio, altrettanto inspiegabili sono le ragioni che inducono Samantha, una giovane parrucchiera, a prendersi cura del ragazzino difficile e tormentato. Quanto debole e irresponsabile è il padre di Cyril, tanto decisa e risoluta appare Samantha che non esita a lasciare il proprio uomo nel momento in cui egli le impone di scegliere tra lui e il ragazzino. L’amore di Samantha è coraggioso e incondizionato, non chiede nulla in cambio, passa attraverso momenti di disperazione e sconforto, ma alla fine trionfa. La donna salva Cyril dai guai in cui si è cacciato dando retta a un bullo del quartiere e restituisce il sorriso, l’infanzia e l’affetto a un ragazzino che non era scontato potesse ricominciare ad amare.
Eppure, questa non è la storia di un trionfo incondizionato del bene. Il male gratuito, operato inconsapevolmente dagli uomini è in agguato anche nel finale, anche se questa volta l’ottimismo dei fratelli Dardenne ci risparmia un tragico epilogo e illumina le strade grigie della periferia di Liegi di un barlume di speranza.
Se la trama è molto semplice e la storia è molto vicina ai canoni della fiaba tradizionale -“favola dei tempi moderni” i fratelli Dardenne definiscono il loro ultimo lavoro -, più originali sono le tecniche narrative. Il racconto è destrutturato, quasi privo di antefatti e concentrato sui momenti salienti della vicenda. I toni sono molto lontani dal sentimentalismo e dalla commozione che potrebbe ispirare una vicenda così patetica come quella narrata. La rappresentazione appare quasi fredda, distaccata, ma, in realtà, è tesa a far meglio risaltare i momenti di luce che accompagnano l’irrompere del bene nella vita dei protagonisti.
Senz’altro meno canonica è la riflessione fatta da Terrence Malick in “The tree of life”, film che ha impegnato il regista in un lungo lavoro di attentissima composizione e revisione, considerato che la pellicola sarebbe dovuta uscire già nel 2009. La narrazione si può considerare divisa in un prologo e tre atti.
Nel prologo apprendiamo che negli anni Cinquanta, in una cittadina texana del Midwest, vivono gli O’Brien. Il nucleo familiare è composto dalla madre amorevole e angelica, disposta a sacrificare se stessa, al di là di ogni ragionevolezza, in nome dell’armonia familiare, dal padre burbero e autoritario, ma in realtà frustrato a causa della sua incapacità di affermazione artistica e professionale e da tre figli maschi. La loro vita scorre tra momenti di armonia e di incomprensione, piccole gioie e dolori. All’improvviso, l’irruzione del male, tanto più atroce quanto più inaspettato e incomprensibile: uno dei figli muore appena diciannovenne. La domanda rivolta dalla madre a Dio è la domanda che già fu di Giobbe, la domanda dell’uomo di tutti i tempi: perché tanta sofferenza? Dov’eri tu Dio? Dove avevi rivolto il tuo sguardo? La donna ricorda di aver imparato da bambina che una risposta può venire solo dalla natura o dalla grazia divina.
Così, nel primo atto del film protagonista è la natura e si ripercorre la creazione del mondo. Sulle note di un incalzante “Stabat Mater”, accompagnato da immagini di rara potenza, come del resto tutte le immagini e le musiche del film curate fino all’ossessione, ma nondimeno di straordinaria bellezza (http://www.wuz.it/recensione-disco/5916/the-tree-oflife-colonna-sonora-originale-musiche.html), siamo proiettati indietro nel tempo, nell’infinitamente grande del cosmo e nell’infinitamente piccolo della nascita dei primi organismi cellulari. Secondo la narrazione genesiaca assistiamo alla creazione del cielo, delle stelle, del giorno, della notte, della terra, della mare e delle specie viventi. Molte creature si sono succedute sulla terra prima dell’avvento dell’uomo e anche tra di loro regnavano il bene e il male, la sopraffazione e la pietà e insondabili sono le ragioni della loro scomparsa. Ma non c’è nulla di panteistico nella concezione di Malick. Dio è un’entità ben individuata, guarda l’uomo dall’alto e risponde ai suoi interrogativi con un’altra domanda: Dov'eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra? (Gb 38, 4). Emerge chiaramente l’infinita piccolezza umana di fronte alla incommensurabilità della potenza divina.
Duplice è il rapporto padre-figlio indagato nel film. Da una parte il rapporto degli uomini con Dio padre che non assicura la felicità ai propri figli, ma chiede una fede incondizionata e impegno nell’accettazione del proprio destino, dall’altra il rapporto difficile tra un padre terreno e i suoi tre figli.
Dopo aver ripercorso la nascita dell’universo e la comparsa della vita, nel secondo atto, l’attenzione si concentra su una parte infinitesima della creazione divina e, cioè, la famiglia protagonista le cui vicende vengono narrate a posteriori soprattutto secondo i ricordi del figlio maggiore e mediante voci fuori campo. Il padre prima odiato dai figli per la sua incomprensibile severità, finisce per comprendere i suoi errori ed essere accettato dai figli pur nelle sue debolezze e contraddizioni.
Nel terzo e ultimo atto diventa centrale la grazia. Si torna alla riflessione sulla morte di uno dei fratelli e diventa chiaro che di fronte all’insondabilità del destino umano all’uomo non resta che prendere atto dell’impossibilità di comprendere le cause recondite del male e affidarsi a Dio in un atto di fede. Infinitamente più grandi della capacità di comprensione umana sono le forze che sottendono la vita e l’ordine dell’universo.
Anche in questo caso l’opera si chiude con una nota ottimistica: se all’uomo non è consentito raggiungere la felicità, è però concessa la forza di indagare sul proprio destino, riconoscere i propri errori, cercare la fede e abbandonarsi alla grazia divina.
Dio si offre come guida verso la salvezza all’uomo che ammette la sua incapacità di comprendere il mistero del suo destino e si rimette alla fede. Questo cammino conduce il fratello maggiore attraverso strade impervie – metaforicamente i percorsi della coscienza e della fede -, oltre il limen che divide la vita dalla morte e fino a quel mare dell’essere dove presente passato e futuro coesistono, da cui tutto ha origine e a cui tutto tende. Anche la madre si affida alla fede. La morte del figlio diventa atto di restituzione del dono che ha ricevuto da Dio. La ricompensa anche per lei è l’abbraccio con il figlio perduto nel regno che si estende immenso ed eterno oltre gli spazi terreni e oltre la caducità umana.
Naturalmente non è possibile interpretare tutti gli aspetti di un’opera così densa, varia nella resa delle singole parti, assolutamente destrutturata dal punto di vista narrativo. Il film rappresenta una mirabile trasfigurazione poetica dell’incessante interrogarsi dell’uomo intorno al senso del suo essere nel mondo e della sua sofferenza. Trasfigurazione tanto più potente quanto più indecifrabile nelle sue immagini e simbologie.
In entrambi i film, insomma, un ritorno alla poetica esistenziale, ma lasciando uno spiraglio aperto alla speranza.
Rossana di Gennaro
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