“Il ragazzo con la bicicletta”, film dei fratelli belgi Dardenne e Gran Premio della Giuria, mette in scena il dramma classico dell’infanzia abbandonata.
Cyril ha dodici anni e vive in un centro di accoglienza per l’infanzia. Il padre Guy, lo ha abbandonato senza troppi scrupoli forse perché incapace di assumersi le proprie responsabilità, forse per assecondare la donna con la quale cerca di rifarsi una vita.
Nonostante Cyril non si dia per vinto e riesca a rintracciarlo, il padre non esita ad allontarlo e a chiedergli di non cercarlo mai più. La sofferenza di fronte alla quale si trova il bambino, apertamente rifiutato dal padre, non traspare in tutta la sua drammaticità dalla narrazione che si mantiene sempre sobria e fin troppo equilibrata, ma emerge con evidenza dai quei graffi che il bambino infligge al proprio volto sentendosi impotente di fronte alla gratuità del male del quale è vittima.
Ma se incomprensibile è la causa di questo dolore inflitto da un genitore al proprio figlio, altrettanto inspiegabili sono le ragioni che inducono Samantha, una giovane parrucchiera, a prendersi cura del ragazzino difficile e tormentato. Quanto debole e irresponsabile è il padre di Cyril, tanto decisa e risoluta appare Samantha che non esita a lasciare il proprio uomo nel momento in cui egli le impone di scegliere tra lui e il ragazzino.
L’amore di Samantha è coraggioso e incondizionato, non chiede nulla in cambio, passa attraverso momenti di disperazione e sconforto, ma alla fine trionfa. La donna salva Cyril dai guai in cui si è cacciato dando retta a un bullo del quartiere e restituisce il sorriso, l’infanzia e l’affetto a un ragazzino che non era scontato potesse ricominciare ad amare. Eppure, questa non è la storia di un trionfo incondizionato del bene. Il male gratuito, operato inconsapevolmente dagli uomini è in agguato anche nel finale, anche se questa volta l’ottimismo dei fratelli Dardenne ci risparmia un tragico epilogo e illumina le strade grigie della periferia di Liegi di un barlume di speranza.
Se la trama è molto semplice e la storia è molto vicina ai canoni della fiaba tradizionale -“favola dei tempi moderni” i fratelli Dardenne definiscono il loro ultimo lavoro -, più originali sono le tecniche narrative. Il racconto è destrutturato, quasi privo di antefatti e concentrato sui momenti salienti della vicenda. I toni sono molto lontani dal sentimentalismo e dalla commozione che potrebbe ispirare una vicenda così patetica come quella narrata. La rappresentazione appare quasi fredda, distaccata, ma, in realtà, è tesa a far meglio risaltare i momenti di luce che accompagnano l’irrompere del bene nella vita dei protagonisti.
Rossana di Gennaro
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