I cambiamenti sociologici generati dalla diffusione della società dell’informazione e la crescente importanza della conoscenza, soprattutto scientifica e tecnologica, nella società di massa stanno alla base della necessità di comprendere il rapporto tra sviluppo economico e sistema educativo. Nel corso di questi ultimi decenni il dibattito sul ruolo sociale ed economico dell’istruzione ha mostrato che le politiche educative influiscono sul tasso di crescita di un paese e sulla capacità d'innovazione di un sistema economico, innalzando il livello di competenze e di preparazione scolastica degli studenti[1]. Emerge, inoltre, l’esigenza di stabilire quanta parte dell’istruzione di una determinata popolazione risenta dell’efficienza del sistema scolastico, piuttosto che dell’operare di fattori familiari, sociali ed economici.

Negli anni più recenti tra le più importanti indagini comparate che misurano statisticamente le conoscenze, le abilità e le capacità degli studenti vi è sicuramente il Program for International Student Assessment (PISA), condotto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) al fine di accertare le competenze dei quindicenni scolarizzati nelle aree della lettura, della matematica e delle scienze. Ogni ciclo d’indagine, a cadenza triennale, approfondisce una particolare area: nel primo ciclo (PISA 2000) è stata la lettura, nel secondo (PISA 2003) la matematica e, infine, il terzo e ultimo ciclo (PISA 2006) le scienze. Ciò che PISA intende valutare, attraverso dei quesiti e dei problemi posti agli studenti, è la capacità di riflettere sulle proprie conoscenze e sulle proprie esperienze e utilizzarle per affrontare situazioni e problemi tipici del mondo reale.

 In PISA 2006, i cui risultati sono stati pubblicati poco meno di un anno fa, sono state rilevate le competenze di circa 400mila studenti scolarizzati di 57 paesi, tra i quali tutti i trenta paesi membri dell’OCSE e ventisette paesi partner, nei confronti delle scienze. L’Italia ha partecipato a PISA 2006 con un campione di 21.773 studenti di 806 scuole, stratificato per macro-aree geografiche (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud, Sud-Isole) e per indirizzi di studio (liceo, istituti tecnici, istituti professionali, scuole medie, formazione professionale)[2].

Operando un confronto e un’analisi tra i risultati PISA 2006 e quelli dei precedenti cicli ne traiamo sicuramente un’immagine poco confortante dei quindicenni italiani in quanto a competenze nel settore della comprensione dei testi scritti (lettura), della matematica e delle scienze. Il punteggio medio degli studenti italiani nel campo delle scienze, infatti, è di 475 con una media dei paesi dell’Unione Europea di 497. I paesi europei che raggiungono dei punteggi medi significativamente superiori alla media sono la Finlandia con 563, il paese OCSE con il risultato in assoluto migliore, l’Estonia, i Paesi Bassi, la Slovenia, la Germania e il Regno Unito. Tra i paesi che si attestano sulla media, ci sono la Francia, la Danimarca, la Svezia, la Polonia e l’Ungheria, mentre la Spagna ottiene un risultato (488) inferiore alla media ma comunque migliore dell’Italia. Risulta, infatti, che il 25,3% degli studenti italiani ha un livello base di competenze scientifiche e meno del 5% degli studenti raggiunge il livello più elevato di competenze in campo scientifico (media OCSE 8,8).

Per quel che concerne le competenze matematiche, l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica con un punteggio di 462 (media OCSE 498), preceduta dal Portogallo e seguita da Grecia e Israele. Complessivamente, il 32,8% degli studenti italiani presenta delle conoscenze insufficienti e, quindi, non è in grado di confrontarsi in maniera efficace con situazioni in cui è chiamata in causa la matematica.

Non va di certo meglio nel campo della lettura, dove il punteggio medio dell’Italia è di 469 (media OCSE 492). Nel nostro paese il 50,9% degli studenti si colloca al di sotto del livello 3, che è considerato in PISA il livello di competenze medio tale da consentire allo studente una analisi ed una comprensione del testo soddisfacente[3].

 Se i risultati della scuola pubblica italiana possono apparire mediocri, da quelli degli istituti privati emerge una bocciatura senza appello. Se negli altri paesi occidentali e industrializzati le scuole private ottengono dei risultati migliori rispetto a quelle pubbliche, lo stesso non si può dire dell’Italia, dove gli studenti della scuola pubblica appaiono più attrezzati rispetto a quelli della scuola privata. Il divario tra pubblico e privato, infatti, è cospicuo per quel che riguarda le competenze in ambito scientifico e matematico, con una differenza superiore ai dieci punti, mentre è più ridotto per quel che concerne le competenze letterarie e di comprensione del testo, con uno scarto di soli tre punti sempre a favore degli adolescenti che frequentano la scuola pubblica[4].

Disaggregando i dati dell’Italia per realtà regionali si nota il forte divario tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Nelle scienze la percentuale di studenti sardi insufficienti è del 35%, regione al terzultimo posto dopo Sicilia (41%) e Campania (36%), mentre il Friuli-Venezia-Giulia e l’Emilia Romagna ottengono i risultati migliori. Nel campo della matematica il divario sardo rispetto alle altre regioni e agli altri paesi OCSE si fa più evidente con una percentuale di studenti che non raggiunge la sufficienza pari al 45%, a fronte del solo 13,6% del Friuli. Nel test di comprensione nella lettura di un testo, infine, la percentuale di studenti sardi che non supera nemmeno il livello 2 è molto elevata (37,2%), con la sola Sicilia a fare peggio con il 40,8% e con le solite Friuli ed Emilia Romagna a ottenere i risultati migliori.

Di fronte alle evidenti differenze territoriali e regionali si potrebbero effettuare numerose analisi, più o meno condivisibili, sulla natura e sulle cause di questo enorme divario. Stando però sempre ai dati forniti dall’OCSE, la chiave di lettura più convincente appare quella che analizza la relazione tra performance degli studenti e caratteristiche socio-economiche e culturali del nucleo familiare di appartenenza. E’ evidente, infatti, che le differenti condizioni economico-sociali e culturali influiscono in maniera decisiva sulle capacità cognitive, di espressione e di comprensione dello studente. Il test PISA ci fornisce, infatti, anche delle utili informazioni sulla provenienza familiare dello studente, evidenziando una relazione fortemente positiva tra risultati scolastici e status socio-economico familiare. In media a prescindere dall’appartenenza regionale, il punteggio, ad esempio ottenuto in matematica, da uno studente con uno status sociale elevato supera del 25% quello ottenuto da uno studente con status sociale più basso, con un’incidenza maggiore nel Sud e nelle Isole dove gli studenti provenienti da famiglie benestanti ottengono in media un punteggio del 31% superiore a quello degli studenti provenienti da famiglie più povere.

Un altro fattore che incide sul rendimento scolastico è sicuramente il tipo di scuola frequentata. Anche qui la differenza di appartenenza familiare è molto forte: in base ai dati PISA, infatti, la probabilità di uno studente appartenente alla classe sociale più elevata di essere iscritto a un liceo è sette volte più alta rispetto a uno studente appartenente alla classe sociale più bassa. I dati che emergono dalle analisi effettuate dai più importanti istituti internazionali, tra i quali vi è sicuramente l’OCSE, evidenziano in maniera precisa che le condizioni familiari di provenienza incidono pesantemente su quello che poi sarà il percorso scolastico dello studente[5].

I dati Pisa evidenziano che i ragazzi italiani, in particolare gli studenti delle aree economicamente più depresse e marginalizzate del Sud, hanno un livello di formazione e di competenze nettamente inferiore a quello della maggior parte dei coetanei europei, con le conseguenze che ciò comporta sul sistema economico italiano in termini di crescita e sviluppo. Almeno un quarto di loro rischia di uscire dalla scuola dell’obbligo senza le conoscenze necessarie per comprendere la realtà che li circonda, per esprimere con consapevolezza il suo ruolo di cittadino. Per quel che concerne l’Italia, alcuni economisti, come Tito Boeri, Luigi Spaventa, Attilio Stajano, sostengono che la stagnazione del sistema economico e produttivo italiano, che perdura dagli anni Novanta, è una stagnazione di lungo periodo che affonda le radici in un deficit di formazione e di capacità culturale di base di tutta la popolazione. Analizzando il fenomeno dell’analfabetismo scientifico, Tullio De Mauro, uno dei maggiori studiosi italiani di linguistica, afferma che la crescita economica italiana dagli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta si è basata su manodopera in larga misura dequalificata e su sistemi di produzione non ancora iper-tecnologizzati, e che, quindi, quando il livello della tecnologia è diventato più complesso l’Italia si è trovata impreparata, non avendo un sistema di istruzione, di formazione e di ricerca all’altezza degli altri paesi più sviluppati[6].

 In sintesi si può certamente affermare che tra i fattori che incidono sulla crescita e sulla competitività del sistema economico di un paese, vi sono sicuramente l’educazione, la conoscenza e la diffusione di saperi tra i giovani e i meno giovani. Sistemi d’istruzione e di formazione efficienti possono esercitare un notevole impatto positivo sulla nostra economia e società ma la dispersione scolastica e le disuguaglianze nell’istruzione, in particolare in alcune realtà regionali economicamente deboli, generano dei costi occulti per la società che poi si ripercuotono, anche in termini di maggiori spese, sull’intero sistema pubblico. Infatti, in un’economia sempre più basata sul settore terziario, e quindi soprattutto sulle capacità intellettuali, un paese che disponga di un capitale umano scadente va incontro a dei forti handicap rispetto ad altri paesi che, invece, effettuano  forti ed efficaci investimenti nel settore dell’istruzione, facendo leva su risorse umane altamente qualificate.



[1] I Divari Territoriali nella Preparazione degli Studenti Italiani: Evidenze dalle Indagini Nazionali e Internazionali, di Pasqualino montanaro,  in Questioni di Economia e Finanza (http:\\www.bancaditalia.it).

[2] Risultati di PISA 2006: Un Primo Sguardo d’Insieme, Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione (INVALSI), Dicembre 2007.

[3] Tutti i dati menzionati nell’articolo sono consultabili sul sito http\\: www.pisa.oecd.org

[4] Vedi ‘Private, in Italia le peggiori d’Europa: “Meglio Studiare nella Pubblica”, di Salvo Intravaia, in ‘La Repubblica’, 11 dicembre 2007.

[5]  I Divari Territoriali nella Preparazione degli Studenti Italiani: Evidenze dalle Indagini Nazionali e Internazionali, di Pasqualino montanaro,  in Questioni di Economia e Finanza ( http:\\www.bancaditalia.it ).

[6] Analfabeti, Tullio De Mauro Intervistato da Enrico Battifoglia, in ‘Scienza&Società’, Settembre 2008, Università Commerciale Luigi Bocconi.



Paolo Sigura

 

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