Il prof. Toni Negri “da Parigi” non riesce proprio a mettere un limite al suo ego ipertrofico e tra uno sghignazzo e l’altro (negli anni ’70, non per caso, era soprannominato la jena ridens) si contorce, viepiù, nell’elaborazione di teoresi oltremodo bizzarre, alle quali seguono prese di posizioni politiche da risata generale.


Toni Negri E’ sintomatico, inoltre, come quest’uomo riesca ad ottenere così tanto credito presso la stampa, l’editoria, la televisione, italiane e internazionali, nonostante tutte le cantonate prese da almeno trent’anni.
Ma ciò dovrebbe farci riflettere, poiché se i poteri culturali dominanti portano in auge questo saltimbanco radicale, lo fanno per ragioni ideologiche che, dal loro punto di vista, sono alquanto “produttive”.

Quanto agli ambienti sedicenti estremisti che si appoggiano alla letteratura negriana c’è poco da dire, questi ragazzotti da lunga pezza hanno smesso di pensare politicamente (ammesso che lo abbiano mai fatto). Del resto, se l’obiettivo è quello di fare scorribande metropolitane è molto più comodo affidarsi alle formule magiche di questi alchimisti dell’utopismo sociale, i quali danno loro una giustificazione ideologica prêt-à-porter.

Tonino, dopo aver spopolato nel panorama editoriale internazionale con un best seller molto originale (una specie di storia fantastica alla Stephen King) narrante di un’orda di moltitudini desideranti dispersa in un Impero acefalo, la quale, spostandosi asincronicamente sulla superficie del pianeta, riesce a destrutturare le leggi della valorizzazione capitalistica, è passato ora, in maniera molto meno eccentrica, a perorare un blando riformismo radicale (l’ossimoro è suo) incarnato, pensate un po’, da Barak Obama, l’uomo nuovo della vecchia e scaltra finanza statunitense.

Così, se Le Monde nutre qualche speranza di cambiamento, in quanto Mr.Obama, pur essendo perfettamente in linea con gli “istinti” presidenziali dei suoi predecessori (proprio come si conviene ad un uomo che rappresenta la superpotenza dominante), sente tuttavia il richiamo degli slums di Chicago dai quali proviene; se Sansonetti, direttore dell’Altro, invita la sinistra italiana a prendere esempio dal coraggio “esotico” dell’uomo di Honolulu che lotta contro una parte dell’establishment - non la gran parte che, ça va sans dire, apprezza moltissimo le sue politiche di sostegno alle banche e alle società finanziarie, nonché la continuità militare sugli scenari globali ritenuti strategici dagli Usa - per attuare una storica riforma sanitaria (i sinistri sono imbattibili nel filtrare la realtà, descrivendola con un linguaggio edulcorato che cela meglio la loro ipocrisia); per Negri, costui è, addirittura, il rappresentante “di una mutazione profonda dei rapporti sociali in quel Paese …dietro Obama [c’è] anche una spinta nuova, una spinta che rappresenta insieme una crisi e una trasformazione profondissima del capitalismo”.

Credo che la Jena stia provando, un’altra volta, a prenderci per il culo.
Dopo le sbornie soggettivistiche degli anni passati (dall’operaio massa, all’operaio sociale fino al soggetto moltitudinario della sua ultima defecazione teorica), e le invocazioni rivoluzionarie da salotto e p38, il professore vorrebbe ora propinarci l’ennesimo salto teorico nel vuoto: il riformismo radicale del XXI secolo.

Negri non sa proprio dove stia l’analisi delle dinamiche strutturali del capitalismo, e questo sin dai tempi in cui preferiva calarsi il passamontagna sulla testa per sentire il calore della classe operaia. Per di più tutte le sue previsioni teoriche, a partire da quella sull’Impero deterritorializzato, sono state smentite dai fatti i quali, invece, ci parlano di una ripresa dei conflitti interstatali sullo scacchiere geopolitico mondiale. In questo spazio conflittuale le (inesistenti) moltitudini di Negri contano come il due di picche, eppure il professore sostiene che è tutta colpa della caduta dello “spirito pubblico”.
Se il problema sta in ciò, si potrebbe sempre fare una bella seduta spiritica per riportare tra noi questo etereo soggetto della rivoluzione. Da Scientology a Negrology.

Sentivamo proprio il bisogno di una nuova setta rivoluzionaria.

  G. Petrosillo