eniGli inglesi vorrebbero dare a noi italiani lezioni di “bon ton” diplomatico, politico, economico e culturale e si profondono in consigli “spassionati” sulle nostre alleanze internazionali, sul nostro modo di gestire le imprese partecipate dallo Stato, sulle “nefandezze” sessuali dei nostri uomini pubblici che amano trastullarsi con le “subrettine” mentre i loro politici, certamente più seri, si limitano a farsi rimborsare dai contribuenti il noleggio dei film porno.

Tuttavia, costoro stanno sì alzando la voce contro l’Italia ma lo fanno con un accento poco british e molto più AmE. L’articolo pubblicato qualche settimana fa sul FT che chiedeva lo spin off tra produzione e distribuzione della nostra Eni, a tutela dei dividendi degli azionisti e della maggiore concorrenzialità del mercato, in un settore dominato dai monopoli statali, è subito saltato agli occhi per la pretestuosità delle argomentazioni trattate e per il momento storico in cui è stato proposto.

Il giornale londinese, infatti, aveva raccolto quanto riportato in uno studio del fondo newyorkese Knight Vinke il quale aveva messo in dubbio la performatività economica della struttura organizzativa dell’ENI, di fronte ad altre imprese ed altri contesti dello stesso tipo, a loro dire, più moderni e produttivi. Ma il fatto che tanto interessamento per il “cane a sei zampe” e per la sua struttura industriale nasca proprio negli USA, la dice lunga sulla posta in palio nella partita energetica in atto, quella che si è aperta tra diversi attori industriali, rappresentanti altrettanti paesi e interessi nazionali.

Ciò che agli americani non va giù è il protagonismo di ENI e le sue alleanze strategiche nel settore degli idrocarburi con la Gazprom, nonché, in seguito ai recenti riavvicinamenti tra Italia e Libia, anche quelli con un’altra impresa di Stato molto attiva, la NOC, attualmente sulla stessa linea d’azione delle affini russa e italiana.

Questo rafforzamento strategico lungo sull’asse Mosca-Roma-Tripoli inquieta pesantemente gli americani i quali da tempo cercano di allentare la “morsa” energetica russa sull’Europa che va assumendo pericolosi connotati geopolitici.

La strada per scardinare tale alleanza è quella del progetto europeo-americano Nabucco. Quest’ultimo, al momento, si è però impantanato a causa di difficoltà relative tanto alla scarsità delle riserve presenti nell’area del Caspio che a causa dell’azione disturbatrice di Mosca, la quale sta sottraendo clienti al progetto. La Russia, difatti, ha stretto un accordo col Turkmenistan per comprare fino a due terzi della sua produzione e si è detta disposta a comprare gas dall’Azerbaigian a prezzi più alti di quelli di mercato. Tutto ciò sta facendo saltare i nervi a Washington che non riesce a mettere in pratica i suoi propositi di isolamento dell’orso russo, perdendo altresì forza egemonica su alcuni paesi europei come l’Italia. Di queste questioni abbiamo già detto in molti articoli apparsi sul blog negli ultimi mesi. Ma il fatto che anche quest’ennesimo attacco alla nostra politica energetica fosse solo un modo “garbato” per dire all’Italia di tornare nei ranghi (occidentali) e di non fare troppo di testa propria è stato presto svelato dalla vicenda del presunto attentatore di Lockerbie liberato dagli scozzesi su pressione degli inglesi. La ragione? Non umanitaria come ai vertici del governo scozzese hanno voluto far credere. In realtà, la scarcerazione è servita a consolidare redditizi contratti petroliferi tra Gran Bretagna e Libia che rischiavano di arenarsi, come riportato dai principali quotidiani inglesi.

 I padroni del mondo statunitensi e i loro primi giannizzeri nel Vecchio Continente (gli inglesi) si sentono autorizzati ad agire come meglio credono, cioè utilizzando tutti i mezzi a loro diposizione, leciti e meno leciti, al fine raggiungere vitali obiettivi strategici. A tutti gli altri si chiede, invece, di mettere da parte i loro interessi nazionali in nome della democrazia e della libertà. Peccato però che quanto più questi grandi valori vengano rispettati tanto più aumenti la subordinazione di tali paesi alla predominanza USA.