Strano Paese l’Italia. Nel novembre 1987  l’80% degli elettori disse no al nucleare con un referendum sentito e partecipato (l’affluenza alle urne fu del 65,1%). Dopo oltre vent’anni il governo Berlusconi ha decretato che gli italiani hanno cambiato opinione. C’è stato un nuovo referendum? Macché, si è deciso che il vento è cambiato, punto e basta.

 

 

 

nucleare-scajolaChe l’opinione degli italiani sia davvero cambiata, nonostante il martellante pressing mediatico, è cosa altamente dubbia. Talmente dubbia che perfino i sondaggi, benché manipolati al pari dei media, non riescono a sfornare risultati soddisfacenti per il partito dell’atomo.

 

In ogni caso l’entusiasmo per il nucleare non deve essere poi così alto, se il governo è stato costretto a predisporre un complicato sistema di incentivi affinché qualcuno accetti di portarsi un bel reattore francese vicino alla propria abitazione, che è esattamente quello che è stato fatto con il decreto legislativo licenziato dal Consiglio dei ministri alle porte del Natale.

 

Come dire, l’atomo fa bene, gli italiani ne sono ormai super-convinti, ma un aiutino per convincerli ancora meglio certo non guasta...

Questo decreto atomico è un vero monumento all’ipocrisia. Intanto contiene i criteri da seguire per l’individuazione dei siti, mentre l’elenco semi-ufficiale dei luoghi prescelti esiste già. Lo ha pubblicato agli inizi del mese Milano Finanza, ed è il seguente: Montalto di Castro (Viterbo), Borgo Sabotino (Latina), Garigliano (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma (Agrigento), Monfalcone (Gorizia). E’ probabile che alla fine questo elenco venga parzialmente modificato, ad esempio circolano voci insistenti riguardanti il delta del Po, così come ve ne sono altre che includerebbero la zona di Termoli, ed altre ancora che riguardano la Puglia.

Ma a grandi linee il lavoro di individuazione dei siti è già stato fatto, al punto che Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, è andato a spiegarlo in tv.

 

Riprendiamo dall’Adnkronos del 5 dicembre: «“I siti dove sorgeranno le centrali nucleari in Italia li abbiamo già individuati, ma non li dico neanche sotto tortura”. Ad affermarlo è stato l'amministratore delegato dell'Enel, Fulvio Conti, intervenuto oggi alla trasmissione 'Effetto Domino' che andrà in onda domani su La7. “Aspettiamo l'imprimatur del Governo”, ha spiegato assicurando che il problema di eventuali proteste nei territori interessati verrà risolto “parlando con gli abitanti spiegando bene il progetto con tanto di dati e di documentazione tecnica”».

 

Ora i casi sono due: o Fulvio Conti è un mentitore che millanta elenchi che non ha, od il ministro Scajola è un buffone che fa approvare un decreto in cui si stabiliscono i criteri per una scelta in realtà già fatta.

Scegliete voi, ma il nucleare italiano è in mano a questi signori. Ed il fatto che nessuno dei due abbia sentito il bisogno di smentire l’altro, non fosse che per una semplice questione di dignità, la dice lunga sui legami politico-affaristici che li tengono avvinghiati.

In tutta questa vicenda abbastanza ingarbugliata c’è però una certezza, che ovviamente non poteva essere scritta nel decreto: l’elenco definitivo dei siti verrà reso pubblico solo dopo le elezioni regionali.

Ma gli italiani non avevano cambiato opinione sul nucleare rispetto ai trogloditi che lo bocciarono nel referendum del 1987? E allora perché non dargli per tempo la buona novella dell’individuazione dei siti prima delle regionali? Evidentemente qualche dubbio sul rinato consenso popolare all’energia atomica alligna anche dalle parti di Palazzo Chigi...

 

Meglio il silenzio quindi, decretando per ora lo zuccherino che dovrebbe indorare la pillola. Questo zuccherino è stato collocato all’articolo 22 del decreto, sotto la voce «Misure compensative». La «compensazione» sarà di 3mila euro annui a megawatt (Mw) durante la fase di costruzione e di 0,4 euro a megawattora (Mwh), sempre con rate annuali, in fase di produzione.

In concreto ogni sito avrà poco meno di 5 milioni di euro all’anno durante la costruzione e circa 4 milioni all’anno quando la centrale sarà in esercizio.

 

Queste compensazioni andranno per il 10% alla Provincia, per il 55% al Comune, per il 35% ai comuni limitrofi entro un raggio di 20 Km. Le compensazioni previste per la fase costruttiva verranno ripartite tra gli enti locali (40%) e le persone residenti più le imprese operanti nel territorio (60%). Questi ultimi benefici dovrebbero concretizzarsi mediante la riduzione della spesa energetica, della TARSU, delle addizionali IRPEF, IRPEG e dell’ICI. Nella fase di esercizio, invece, il beneficio verrebbe interamente riversato sulle tariffe elettriche locali, con l’ovvia conseguenza di favorire in primo luogo i grandi consumatori di elettricità.

 

Apparentemente un Bengodi, naturalmente radiazioni permettendo, ma tanto gli italiani si sono ormai convinti che fanno bene…

In realtà queste misure sono non soltanto indecenti, volendo monetizzare il bene primario della salute, sono anche irrisorie.

Prendiamo per esempio il finanziamento previsto durante la fase di costruzione nel comune dove sorgerà l’impianto. 3mila €/Mw per una centrale da 1.600 Mw dà un totale di 4 milioni e 800mila euro. Al comune ospitante la centrale spetterà il 55% di questa somma, pari a 2 milioni e 640mila euro. Di questi, 1 milione e 56mila andranno al Comune, mentre per residenti e aziende resterà 1 milione e 584mila. Il decreto non precisa l’ulteriore suddivisione, ma volete che le aziende non si accaparrino almeno un 30%? Resterebbero così 1 milione e 108mila euro. Ipotizzando che il comune in questione abbia 10mila abitanti (nell’elenco ce ne sono di più piccoli, ma anche diversi assai più popolosi) avremmo un beneficio economico ad abitante di 110,80 euro.

Ci siamo dilungati in questo calcolo non perché ci si debba battere, economicisticamente, per «compensazioni» più adeguate – al contrario, la logica delle «compensazioni» va denunciata e sconfitta –, ma solo per mostrare la miseria (essenzialmente propagandistica) delle misure deliberate dal governo.

 

Ed a proposito di propaganda, l’articolo 30 del decreto chiarisce ogni possibilità di dubbio. L’articolo prevede infatti una «Campagna di informazione nazionale in materia di produzione di energia elettrica da fonte nucleare» (comma 1). Ma come, gli italiani, così intelligenti da aver cambiato opinione, hanno ancora bisogno di essere «informati»!

L’allestimento di questo «programma informativo» coinvolgerà numerosi enti, ma alla fine «l'obiettivo, il fabbisogno finanziario, le risorse utilizzabili, il contenuto dei messaggi, i destinatari ed i soggetti coinvolti nella realizzazione della campagna di informazione; la relativa strategia di diffusione, unitamente alle modalità, ai mezzi ed agli strumenti ritenuti più idonei al raggiungimento della massima efficacia della comunicazione» (comma 2), saranno decisi dal governo.

Agli italiani verrà così spiegato in tutte le salse, «avvalendosi dei migliori e più moderni mezzi di comunicazione di massa disponibili» (comma 3), che il nucleare fa bene alla salute. Basta convincersene, magari con qualche spicciolo per il disturbo a chi lo ospiterà vicino a casa.

 

Come aggiornamento sulla cavalcata di Scajola verso la prima pietra potremmo fermarci qui.

Ma non possiamo esimerci dal soffermarci brevemente su un altro aspetto del decreto. Il comma 1 dell’articolo 16 (Strumenti di copertura finanziaria ed assicurativa) così recita: «Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze sono individuati gli strumenti di copertura finanziaria ed assicurativa contro il rischio di ritardi nei tempi di costruzione e messa in esercizio degli impianti per motivi indipendenti dal titolare dell’autorizzazione unica, con esclusione per i rischi derivanti dai rapporti contrattuali con i fornitori».

Chiaro? Il governo intende assicurare le aziende elettriche – nella fattispecie Enel ed Edf – dal rischio di ritardi legati all’opposizione alla realizzazione delle centrali nucleari. Il decantato liberismo va qui a farsi friggere, figuriamoci il «rischio d’impresa». I cavalieri dell’atomo devono correre a briglia sciolta, ma qualora dovessero incappare in qualche opposizione di troppo – magari smentendo l’idea secondo cui gli italiani «hanno cambiato opinione» – lo Stato provvederà a risarcirli, e Pantalone pagherà il conto.

 

Questa parte del decreto è particolarmente odiosa, ma anche particolarmente rivelatrice: il governo va avanti con i suoi programmi, lo esige il dogma nuclearista ed i concreti affari della lobby atomica, ma ha tanta paura di non farcela. E Scajola sembra aver capito quanto abbiamo già scritto a luglio, e cioè che la prima pietra, più che posarla, potrebbe riceverla in fronte...

 

 

 

 

Leonardo Mazzei

- Campo Antimperialista -

 

 

 

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