Nelle scorse settimane si è rischiata la crisi diplomatica tra Washington e Pechino a seguito di frizioni tra Google e il governo cinese, in merito a presunte intrusioni di hackers negli account gmail di alcuni dissidenti del regime.

internetLa questione sembra ora parzialmente rientrata, principalmente grazie alla società informatica di Mountain View, che ha per il momento accantonato la volontà di ribellarsi alla censura cinese e ai filtri applicati sul suo motore di ricerca.
Se in Cina la politica di censura su internet perseguita dal regime è solo una parte della ben più ampia questione democratica e di rispetto dei diritti umani, diversi casi in giro per il mondo dimostrano però come la diffusione in internet dei social networks e delle piattaforme audiovisive stia creando nuovi grattacapi anche per altri governi, invischiati nella ricerca di un giusto equilibrio tra la tutela della persona, della privacy e soprattutto del copyright, e l'imprescindibile rispetto del principio della libertà d'espressione su cui si fonda il World Wide Web.

A inizio febbraio il governo messicano ha annunciato, suscitando molte polemiche, l'intenzione di creare una vera e propria cyberpolizia che vigili soprattutto sui social networks, poiché ci sono forti sospetti che i narcotrafficanti abbiano trovato in essi, e specialmente in Twitter, una nuova frontiera per comunicare nell'ambito delle loro attività criminali, per esempio usando il microblogging per lo scambio di informazioni veloci e sicure per facilitare il lavoro di corrieri e spacciatori.

In Indonesia l' 11 febbraio il Ministero per la Comunicazione e l'Informazione ha manifestato l'intenzione di "prendere una posizione contro i casi di cattiva condotta su internet" attraverso l'attribuzione di più personale e più poteri al già esistente “team” dedito al vaglio dei contenuti multimediali online.
La volontà del governo di Giakarta è quella di operare una stretta su pornografia e gioco d'azzardo online, ma i controlli nel web potrebbero facilmente sconfinare sui social networks e su altri strumenti che più che altro diffondono libertà di parola e d'espressione.
E di fatti il mondo della rete indonesiana si è immediatamente ribellato, con tanto di affollato gruppo su Facebook, e dopo pochi giorni il governo ha dovuto fare qualche timido passo indietro, senza però rinunciare completamente ad adottare il provvedimento.
In Italia invece a fare scalpore è stata la sentenza del Tribunale di Milano che il 24 febbraio scorso ha condannato 3 dirigenti di Google Italy a sei mesi di reclusione con la condizionale.
Tutto è nato da una denuncia dell'associazione Vividown, per la diffusione su Youtube nel 2006 di un video in cui un disabile affetto da autismo veniva maltrattato da alcuni compagni. Il vergognoso video era rimasto online per due mesi, prima di essere rimosso da Youtube, poche ore dopo la segnalazione del video da parte della polizia giudiziaria italiana.

La sentenza è il primo caso, anche a livello internazionale, in cui dirigenti di un società che gestisce una piattaforma multimediale vengono ritenuti colpevoli penalmente per contenuti condivisi dagli utenti. Gli inquirenti italiani hanno affermato che con questo processo si è “posto un problema serio, ossia la tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica di impresa”.
Preoccupazione è stata invece espressa, oltre che dai rappresentanti di Google, dal Dipartimento di Stato americano e dall'ambasciatore statunitense in Italia David Thorne: la condanna dei tre dirigenti, per violazione della privacy, viene ritenuta ingiusta poiché i tre non hanno mai avuto nulla a che fare col filmato, ed anche perché Youtube rimosse il video non appena venne a conoscenza del filmato. Soprattutto c'è la paura che il caso possa diventare un pericoloso precedente in cui le piattaforme multimediali siano state considerate non come meri strumenti a disposizione degli utenti ma come fornitori di contenuti, con la conseguenza che dovrebbero sottostare alle stesse regole cui sottostanno gli editori televisivi o della carta stampata.

A proposito di quest'ultimo aspetto, lunedì primo marzo il governo italiano ha approvato il c.d decreto Romani che, recependo la direttiva comunitaria AVMS in materia di audiovisivi, introduce una nuova normativa per i media televisivi e online. Il provvedimento - che contiene norme di tutti i tipi, dalla tutela dei minori davanti alla tv e al pc, ai tetti pubblicitari per le varie tipologie di canali, alle quote di italianità nelle programmazioni radiotelevisive - aveva suscitato polemiche già in fase di preparazione, per il sospetto che si potesse risolvere in un giro di vite sul web.

Per fortuna la versione finale del testo esclude qualsiasi tipo di regolamentazione per i siti tradizionali; però, andando oltre la lettera della direttiva europea, viene stabilito un regime di autorizzazione per qualsiasi servizio media audiovisivo “fornito da un fornitore di servizi di media per la visione di programmi al momento scelto dall'utente e su sua richiesta sulla base di un catalogo di programmi selezionati dal fornitore di servizi di media".
C'è la concreta possibilità che Youtube e simili possano rientrare in tale ambigua definizione, il che renderebbe per loro obbligatoria una sorta di dichiarazione di inizio attività che li responsabilizzerebbe maggiormente su quanto pubblicato dai propri utenti. Il regime di autorizzazione ministeriale è invece chiaro e necessario per le web-tv e i siti live streaming, concorrenti sempre più temibili per la tv tradizionale e che si tenta per la prima volta di regolamentare.

Alessandro Valentini

 

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