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«Sono Omar Khadr, detenuto a Guantanamo. Sono cittadino canadese. Sono stato catturato dai militari americani il 27 luglio del 2002 in Afghanistan. Mi hanno sparato alla schiena, alla spalla sinistra e alla destra, e una pallottola mi ha colpito all’occhio sinistro.

Per una settimana sono rimasto in coma. al risveglio, un soldato mi ha detto che avevo ucciso un soldato americano con una bomba a mano. In barella, sono stato immediatamente trasportato nel carceredi Bagram dove sono iniziati gli interrogatori. Poiché non fornivo loro le risposte che volevano, il primo che mi faceva domande, un biondino magro sui 25 anni, ha cominciato a tormentarmi le ferite. Sono scoppiato a piangere, per le torture e il dolore.
Quando sono stato catturato avevo 15 anni».

No, non è l’incipit del nuovo libro di Tom Clancy e neanche la scena iniziale di uno dei tanti film “alquaedisti” di qualche regista americano. Sono invece le parole che si trovano all’inizio delle nove pagine che compongono la dihiarazione giurata del detenuto Omar Khadr rilasciata il 22 febbraio 2008 – ed in parte censurata dal Pentagono – entrate in possesso del quotidiano “Il Manifesto” che le pubblicava nella giornata di ieri in un articolo a firma Claudio Magliulo.

C’era un’altra notizia – riportata sopra quella appena citata – alla quale è stata dedicata molta meno attenzione di quanto avrebbe meritato. Una notizia che avrebbe dovuto far scalpore, anche se non arriva di certo imprevista e non lascia, o quantomeno non dovrebbe lasciare, shockato il lettore mediamente informato: nelle settimane scorse negli Stati Uniti è stato pubblicato un rapporto nel quale la Physicians for  human right (Phr), una organizzazione non governativa composta da medici il cui compito è quello di monitorare l’attività dell’esercito e dei servizi segreti, denuncia come la Cia abbia assoldato medici e psicologi nella “guerra al terrore” ed il cui compito era probabilmente ben peggiore dei militari, anche di quelli tristemente noti delle torture del carcere di Abu Ghraib: utilizzare i detenuti musulmani come cavie da laboratorio.

Il motivo dell’uso di questi novelli Josef Mengele era duplice: da una parte testare la tenuta di tecniche di tortura quali il waterboarding e la deprivazione sensoriale, dall’altra – per usare le parole di uno degli intervistati di “Taxi to the dark side” il documentario vincitore dell’Oscar di categoria due anni fa di Alex Gibney che vi ripropongo all’inizio di questo articolo - «pararsi il culo» da possibili responsabilità penali una volta esploso il “bubbone” della tortura.
Il documento redatto dalla Phr – e presentato alla stampa il primo maggio – è un documento storico: nelle sue 135 pagine, infatti, per la prima volta si presentano le prove sull’utilizzo della tortura psico-fisica da parte degli yanquis al fine di “spezzare” – letteralmente – la resistenza dei detenuti, come lo stesso titolo (“Break them down: systematic use of psychological torture by US forces”) preannuncia.
Nella primavera del 2002, quando uscì la notizia che tre minori afghani erano detenuti a Guantanamo, l’allora portavoce del Pentagono rilasciò una intervista al suddetto quotidiano nella quale sosteneva che l’unica privazione a cui fossero stati sottoposti i tre prigionieri era quella del gelato. La realtà, tardiva ma inflessibile come sempre, ci ha mostrato una condizione ben diversa.

«A Bagram, durante gli interrogatori venni ripetutamente minacciato di abuso sessuale se non avessi collaborato oppure sarei stato mandato a torturare in altri paesi come Egitto, Siria, Giordania…dove sarei stato sodomizzato. Udivo continuamente altri detenuti urlare per le torture, di giorno e di notte. Gli altri detenuti avevano il terrore di un particolare militare addetto agli interrogatori (Damien Corsetti - che vediamo anche nel video - conosciuto anche come “il Mostro” che, come i suoi colleghi fu successivamente promosso “per meriti sul campo” da Bagram ad Abu Ghraib). Sono stato incatenato mani e piedi e sono rimasto appeso con un gancio al soffitto della cella con un cappuccio che copriva la testa per 24 ore. Credo di essere stato interrogato 42 volte per sei ore consecutive in 90 giorni. Dopo tre mesi, sono stato trasferito a Guantanamo, a marzo del 2003. Lì hanno avuto inizio le torture, ovvero privazione del sonno, nudità forzata, minacce di venir sodomizzato se non collaboravo. Un giorno, sono stato portato nella camera degli interrogatori, mi hanno legato le mani dietro la schiena, incatenati i piedi e con un gancio obbligato a piegarmi al suolo per ore ed ore, sino a quando non ho potuto più trattenere di urinare. Il militare ha gettato a terra dell’acqua ragia e poi, afferrandomi per il collo, mi ha trascinato come uno straccio nel miscuglio di urina ed acqua ragia. Sono stato ricondotto in cella senza poter fare una doccia per due giorni né cambiarmi l’uniforme. Alcune settimane dopo stesso trattamento. La prima visita legale è del 2004. Prima di quella data non mi è stato permesso alcun contatto. Isolamento totale. Continuo ad avere incubi. Sogno di essere sparato e catturato, di scappare, ma non so come fare. Sogno di essere handicappato. Gli incubi sono l’aspetto peggiore. Continuo ad accusare dolori alla schiena e dappertutto». Chiamatela “guerra al terrore”, “difesa dell’onorabilità americana”, “risposta ad un attacco terroristico” (sul quale, con il passare del tempo, sempre maggiori divengono i dubbi…): per il diritto internazionale, come quella strana carta nota col nome di “Convenzione di Ginevra” quello che è un modus operandi tutt’altro che terminato ricade sotto la fattispecie “crimini di guerra e contro l’umanità”.

Ai tempi si parlò, come al solito, di “casi isolati”, di “alcune mele marce” che sarebbero state presto messe in condizione di non nuocere più a nessuno. Ricordiamoci però la data, fondamentale in questo frangente: siamo nel 2002, il solo a pagare – per colpe evidentemente non sue – fu l’allora Ministro degli Esteri Colin Powell, al quale venne anche dato il compito di presentarsi dinanzi alle Nazioni Unite – e dunque al mondo intero – a presentare le armi di distruzione di massa di cui un “noto ed importate terrorista” aveva parlato durante una confessione.

A me non interessa molto che alla sbarra ci finiscano i “pesci piccoli”. Non mi interessa se una decina di militari vengono messi in prigione per qualche anno, perché il loro compito – per definizione - è quello di eseguire ordini, di essere burattini nelle mani di qualcun altro. A me interessa vedere alla sbarra i Bush, i Rumsfeld, i Cheney, i John Yoo o gli Alberto Gonzales ed i tanti di cui non si può o non si vuole fare i nomi. Voglio vedere le alte cariche subire quei processi che gli americani utilizzano per punire “dittatori” non allineati al loro volere (Saddam e Milošević insegnano). Ma tutto questo non succederà. Semplicemente perché accusati ed accusatori – cioè imputati e giudici – essendo in sede O.N.U. (penso al tribunale de L’aja) È grandioso essere in prima line anella battaglia per difendere il terrorismo», dice uno dei medici utilizzati nella guerra terroristica al terrore, molti dei quali hanno servito “con orgoglio e patriottismo” la causa alla quale erano stati chiamati. Io, francamente, spero ci sia un refuso nella traduzione e che la frase giusta fosse “per difenderci dal terrorismo”, ma se consideriamo che l’Associazione degli psicologi americani è stata costretta a stigmatizzare il comportamento dei loro colleghi ho seri dubbi che la frase riportata sia esatta. rappresentano le stesse forze e gli stessi interessi politici, per cui a pagare – come al solito – saranno sempre i piccoli, pedine sacrificate per salvare la Regina, come cantava la 99 Posse qualche anno fa. «

E non so se la cosa mi sia maggiormente di conforto o di maggior repulsione. Chiunque abbia preso un libro di psicologia in mano almeno una volta nella vita, o comunque abbia anche lontanamente sentito parlare di tortura, sa che quella psicologica lascia ben più longevi danni su cui ne è vittima, quali disturbi della memoria, depressione, senso di vergogna o disturbi post traumatici da stress che spesso portano al suicidio (in alcuni casi anche dei carnefici che riacquistano una coscienza…). Prima di Guantanamo, di Abu Ghraib e di tutte le altre “carceri speciali” – grazie alle quali gli U.S.A. dileggiavano quelle convenzioni internazionali non decadute con il Patriot Act - di cui mai verremo a sapere c’è stato anche un precedente storico, del quale però non vi è la certezza storica, sull’uso di tali tecniche: i nazisti, si dice, siano stati i primi fautori di questo modo di operare.

Il Phr, però, fa un errore per me fondamentale: quello di rivolgersi a Barack Obama che, con la non-chiusura di Guantanamo, la non-eliminazione dell’embargo cubano e il non-cambiamento non sta facendo altro che diventare sempre più la continuazione della politica di Bush con altri mezzi. parafrasando von Clausewitz. Se alla Casa Bianca ci fosse oggi John McCain, che oltre ad essere stato il candidato repubblicano contro l’uomo che avrebbe dovuto cambiare il mondo è stato anche prigioniero di guerra ai tempi del Vietnam (del quale porta evidenti segni fisici…) le cose sarebbero potute andare diversamente, quantomeno sotto quest’aspetto. Ma – come il vecchio detto ci ricorda – con i “se” e con i “ma” non si costruisce la Storia.

Tra l’altro lo stesso McCain, ai tempi in cui non era ancora “l’uomo immolato sull’altare dell’Obaganda” propose un atto sul trattamento dei detenuti che mirava a bandire in toto la tortura, gli atti inumani ed i trattamenti crudeli dai manuali di addestramento americani. Qui, dunque, la domanda è d’obbligo: solo un caso che abbia perso? Mentre scrivo, peraltro, apprendo che la nostra classe politica – sempre ligia al dovere di far vergognare la cittadinanza – non inserirà nel codice penale un reato specifico contro la tortura. Stando all’ambasciatrice Laura Mirachian (e non Mirichian come erroneamente riportato sui quotidiani…): «manca un testo unico ma in vari capitoli dei nostri codici per la tortura sono già previste pesanti sanzioni», la cui peggiore – aggiungo io – è sicuramente la promozione, come i fatti di Genova 2001 insegnano.

Ma questa è un’altra storia… A questo punto, però, rimane ancora una domanda – che è poi sempre la solita, riadattata al contesto – alla quale rispondere: siamo sicuri che “i terroristi” siano quelli con le barbe ed i turbanti e che parlano arabo?

Andrea Intonti
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