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L’estate 2010 sarà ricordata nel Belpaese come l’anno delle tragedie del mare che hanno visto coinvolti apneisti e appassionati delle immersioni.

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Solo nel Salento, nell’arco di una settimana di agosto sono stati quattro gli incidenti fatali che sono costati la vita ad altrettanti subacquei ed hanno segnato, purtroppo, le cronache nere locali, per non parlare di tutti gli episodi che non appaiono sui quotidiani solo perché non divenuti tragedia del mare perché non hanno comportato, fortunatamente, il decesso degli interessati.

Oggi non abbiamo la certezza che tutti questi fatti potrebbero essere evitati, anche perché in alcuni casi hanno riguardato apneisti esperti fisicamente, preparati e giovani, ma possiamo esprimere con ragionevole certezza che allo stato dei fatti l’apnea e comunque le immersioni in generale sono presi “sottogamba” da gran parte dei dilettanti, molto spesso in età scolare, mentre dagli esperti sono considerati, a buon diritto, come veri e propri sport estremi, che come tali dovrebbero essere dotati di regole certe per non dire di una normativa puntuale da parte del legislatore che se non altro consentirebbe di fornire maggiore consapevolezza a chi vi si approccia.

Secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, al momento una soluzione percorribile attraverso un percorso legislativo, sarebbe quella dell’introduzione di una vera e propria patente, così come avviene nella caccia con il porto d’armi, che legata all’acquisto del fucile da pesca di qualsiasi tipo e dimensione, obblighi chiunque voglia intraprendere questo sport alla sottoposizione a test psicofisici e psicoattitudinali, introducendo apposite sanzioni per chiunque violi tale normativa.

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