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È indubbio. Ci stiamo precipitosamente avvicinando al momento della verità. Sopravvivrà Silvio Berlusconi alla più difficile sfida della sua vita politica? E se sì con quali conseguenze per il Paese? I

sentori di questi ultimi giorni di estrema confusione sembrano indicare una risposta negativa alla prima domanda. I colonnelli più fidati e i consiglieri più ascoltati dal Cavaliere iniziano a prendere, anche se con cautela, le distanze dall’uomo che gli ha portati al successo. Vittorio Feltri e Giuliano Ferrara, per primi, provano a garantirsi un futuro “oltre Berlusconi”, come dice Fini, in cui, insieme alle centinaia di altri staffieri berlusconiani, rischiano di essere spazzati via. 

Feltri confida al Fatto Quotidiano (non a caso il giornale più arcigno nei confronti del premier) di essersi “rotto le balle di tutte le veline di Berlusconi”. L’elefantino rosso invece scrive un editoriale sul suo Foglio, in cui accusa Berlusconi di aver commesso un grave errore nell’aver cacciato Fini: “ha creato il competitore che mancava per la guida della destra bipolarista, gli ha dato anche l’aureola del martirio per la brutalità dei modi e per la lunga e incresciosa campagna di denigrazione personale.”

Se due pezzi così grossi del berlusconismo prendono le distanze dal loro padre-padrone vuol dire che la puzza marcia di una fine imminente è giunta anche al loro naso. Ma non sono i soli. Basta vedere la flemma di un Belpietro ormai esausto nel trovare una giustificazione plausibile ad ogni capriccio libertino del suo presidente o la pigrizia dei leghisti in tv nel difendere l’alleato storico, sempre più bizzoso e imperdonabile. Tra gli stessi parlamentari del Pdl aleggia una fifa blu delle elezioni anticipate (in cui la loro riconferma sarebbe in dubbio) che potrebbe spingerli addirittura a voltare le spalle al proprio anfitrione, a cui li ha sempre legati solamente il più bieco opportunismo e nessun affetto personale.

Berlusconi ha rivelato di essere seriamente preoccupato. È fuggito al più presto dal vertice del G20 di Seul, dove è sembrato presentarsi come la caricatura di sé stesso, isolato ed evitato dai potenti della terra, costretto a confidare le proprie inquietudini, in un incontro bilaterale, allo sprovveduto premier vietnamita Nguyen Tan Dung. Al tavolo della discussione globale il primo ministro italiano è stato posizionato tra quello sudafricano e quello del Malawi, lontano dai discorsi e gli sguardi che contano.

Con il Cavaliere fuori scena per qualche giorno, la politica italiana ha iniziato a muoversi come se il Caimano fosse già nel suo buen retiro di Antigua. Fini è uscito allo scoperto, mettendo in chiaro che è pronto ad accogliere la sfida berlusconiana e votare in Parlamento la sfiducia al Governo. Il centrosinistra a sua volta ha recuperato il vigore pre-berlusconiano, presentando una sua mozione di sfiducia alla Camera. Con una determinazione che i suoi elettori reclamano ormai da un quindicennio. Il Pdl ha presentato invece una mozione di sostegno al Governo al Senato, la cui unica funzione è, se approvata (e non è così scontato che lo sia), costringere il presidente della Repubblica a prendere atto che una diversa maggioranza, almeno in una delle due Camere, è impossibile e che le elezioni anticipate in primavera sono l’unica strada percorribile. L’attuale legislatura sembra, in ogni caso, giunta al termine.

Ma proviamo a rispondere alla seconda domanda posta all’inizio. A quale costo (per il Paese) Berlusconi sarebbe disposto a superare il momento di crisi? Se il premier resta arroccato allo scranno del potere non è certo per motivi politici. Berlusconi è palesemente sfiancato dalla necessità di rimanere al comando. Perché di una necessità si tratta. Altrimenti per quale altro motivo, alla sua veneranda età, non dovrebbe correre nel suo personale paradiso tropicale di Antigua a godersi in santa pace i bunga bunga fino alla fine dei suoi giorni? Berlusconi deve rimanere al potere perché dietro la sua forza vi è un coacervo oscuro di interessi altrui.

Se crolla Berlusconi crolla tutto il sistema di cricche, caste e privilegiati che gli hanno permesso di rimanere in sella tutti questi anni, nonostante la continua violazione di regole e principi democratici. Lui, emulando il suo mentore Bettino Craxi, potrebbe comodamente scampare alle condanne nei processi a suo carico, che riprenderebbero un attimo dopo le sue dimissioni, latitando in una delle sue numerose ville sparse per il globo. Tutti gli impuniti a cui deve qualcosa no, sarebbero costretti a fare i conti con la giustizia. A partire da Marcello Dell’Utri, rappresentante vivente dei crediti che il premier deve (o dovrebbe) alla mafia. O a chi, per la mafia, ha finanziato il suo avvento prima nell’imprenditoria, poi sulla scena politica. Perché come Berlusconi abbia iniziato la sua attività imprenditoriale resta un mistero. Lo stesso premier, interrogato sull’argomento dai magistrati che indagavano sui suoi rapporti con Cosa Nostra, si avvalse dalla facoltà di non rispondere. E non si tratta di supposizioni di parte o calunnie gratuite, ma delle motivazioni della condanna in appello a sette anni, per concorso esterno in associazione mafiosa, nei confronti di Dell’Utri. Il senatore del Pdl, braccio destro del Cavaliere, avrebbe fatto da tramite per gli investimenti del boss Stefano Bontade presso le aziende di Berlusconi. L’uso del condizionale (“dovrebbe”, “avrebbe”) in questo caso è una premura estrema, poiché una condanna in appello equivale alla certificazione di una verità, il terzo grado dovrà solamente stabilire la legittimità di questa condanna.

Se Berlusconi è davvero al potere per merito di altri, e la mafia potrebbe essere solo uno di questi creditori, a questi altri deve quindi rispondere prima di potersi ritirare. Come si sta ricostruendo, in un filone delle indagini sulla trattativa tra mafia e Stato tra il 1992 e 1993, la mafia ha smesso di compiere atti terroristici, in giro per la penisola, solo dopo la costituzione di Forza Italia. Quindi la nascita di un nuovo attore politico sulla scena nazionale, dopo la scomparsa della Dc, con cui poter facilmente interloquire. Si è trattato solo di un caso? Sul tema sono state scritte intere letterature. Il miglior volume è forse I complici di Lirio Abbate e Peter Gomez, un libro fondamentale per capire su quali basi si posa la nostra Seconda Repubblica.

Cosa accadrebbe allora a Berlusconi se perdesse la capacità di modificare le leggi dello Stato o imporre decreti come lo scudo fiscale, che ha permesso ai più loschi evasori di riportare in patria il denaro sporco? Può essere davvero solo una manovra politica di Gianfranco Fini a mettere fine allo scempio costituzionale, all’anomalia democratica rappresentata da Berlusconi? Può davvero ritirarsi il Caimano senza tentate il tutto per tutto pur di rimanere al potere? E se Nanni Moretti avesse ragione?

Giuseppe Putignano

 

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