Massimo d'Alema

Correva l'anno 2007. L'Italia era governata dal centrosinistra di Romano Prodi.

Il 20 luglio di quell'anno, il gip presso il Tribunale di Milano, Clementina Forleo, inoltrava al Parlamento la richiesta di autorizzazione per fini processuali delle intercettazioni telefoniche nelle quali i “furbetti” del quartiere si confidavano le scalate bancarie concordate con D'Alema, Fassino e La Torre. Nelle stesse, D'Alema, rivolgendosi all'ex dirigente della Unipol, Giovanni Consorte, diceva: “Facci sognare”. Gli faceva eco Fassino che, per avere conferma di quella operazione, domandava: “Abbiamo una banca?”

Nello stesso periodo, il governo Prodi assumeva l'iniziativa di limitare l'uso delle intercettazioni telefoniche e della loro pubblicazione mediante un apposito decreto legge preparato da Mastella. In sostanza, si trattava di un intervento legislativo precursore della famosa “legge bavaglio” che sarebbe stata successivamente proposta da Berlusconi.

Le rivelazioni di Wikileaks sembrano confermare che, sin da allora, D'Alema e Berlusconi erano mossi da comuni intenti nei confronti della magistratura. Entrambi erano preoccupati per la sua “pericolosità”.

“La magistratura? La più grande minaccia per l'Italia”, avrebbe confessato nel 2008 l'ex premier, ex ministro degli esteri e attuale presidente del Copasir all'allora ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli, secondo quel che riporta il quotidiano spagnolo “El Pais”.

La magistratura “ è il più grande problema dell'Italia”, avrebbe confermato Berlusconi al successore di Spogli, David Thorne, il 1 gennaio 2010.

Appare evidente come nel caso di questi due incalliti politicanti ricorra la “Proprietà Commutativa” della addizione, secondo la quale, invertendo l'ordine degli addendi, il prodotto non cambia. Dal che si desume che questi dozzinali politicanti non è che siano tutti uguali. No! Sono uno peggio dell'altro! Con in più, nel caso di D'Alema, dell'aggravante, avendo egli precorso di soppiatto, come è del resto sua consuetudine, l'operato di Berlusconi. Tradendo così flagrantemente le aspettative del suo elettorato. Per cui, ben si adatta alla fattispecie la dolorosa apostrofe di Cesare verso il figlio adottivo Bruto che lo stava pugnalando: “Tu quoque, fili!”. Cioè: “Anche tu, o figlio!”. Perciò, Dante pone Bruto proprio in bocca a Lucifero, giù nel più profondo dell'inferno.

Ricorderà questo la base elettorale prima di riconfermare certi individui alla propria guida?

Piero Tucceri

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