TAPPETO


Il direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, dirama la notizia che l'invocazione della folla "santo subito" il giorno dei funerali di Giovanno Paolo II, è stata accolta.



Era il 14 gennaio 2011.

A tempo record tra poche ore, il Soglio Pontificio, scegliendo di occultare la festa dei lavoratori, beatificherà Karol Wojtyla.

Ratzinger non ha mai voluto perdere tempo su questo fronte.

Il 18 maggio 2005, un mese e mezzo dopo la morte di Wojtyla, il card. Camillo Ruini, vicario per la diocesi di Roma, ufficializza l'editto e invita i fedeli a "comunicare tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del servo di Dio".

Il 28 giugno 2005 viene avviata, sempre a Roma, l'inchiesta diocesana "sulla vita, le virtù, la fama di santità di papa Wojtyla".

Subito dopo, a Cracovia e New York, vengono aperti altri altri due processi per la raccolta di documenti e testimonianze per la Causa.

La raccolta, l'analisi e le verifiche delle prove testimoniali si svolge in meno di due anni e il 13 maggio 2009 si riunisce per la prima volta, presso la Congregazione per le Cause dei Santi, la consulta degli otto perito teologi chiamati ad esaminare tutte le testimonianze e gli atti del processo.

Tempi record da miracolo!

Il processo di beatificazione ascolta 114 persone in tutto: 35 cardinali, 20 tra arcivescovi e vescovi, 11 sacerdoti, 5 religiosi, 3 suore. 36 laici cattolici, 3 non cattolici e un ebreo.

A volerla raccontare con manica larga, Giovanni Paolo II diventa santo a furor di quattro del popolo, gli unici, forse, estranei alla Chiesa.

Dall'interno della Santa Sede molte sono state, e sono, le voci critiche sulla beatificazione del papa polacco. Alcuni personaggi chiave del pontificato di Wojtyla colpiscono per i loro interventi e dichiarazioni in merito alla beatificazione, avanzando il sospetto di "verità scomode", che, come è costume Vaticano, per ragioni di opportunità diplomatiche, vengono tenute nell'ombra e taciute.

Angelo Sodano, per esempio, per più di dieci anni segretario di Stato e vicinissimo a Wojtyla [di fatto il vero ministro degli Esteri del Vaticano] non è mai stato interrogato dai giudici del Tribunale Canonico per la beatificazione; nel giugno 2008, Sodano, in una lettera riservata che poi decide di dare alla stampa, precisa: "non nutro particolari riserve sulla santità del pontefice, ma dubito sull'opportunità di dare la precedenza a tale causa scavalcando quelle già in corso".

Altri dubbi sui tempi e le modalità di svolgimento del processo arrivano dal cardinale Godfried Danneels, primate del Belgio: "Questo processo sta procedendo troppo in fretta. E' inaccettabile che si possa diventare beati o santi per acclamazione. Il processo si deve prendere tutto il tempo che serve senza fare eccezioni".

La beatificazione di Wojtyla ha scavalcato quella di Giovanni XXIII, il papa delle riforme e del Concilio Vaticano II, considerato praticamente nulla dal papa polacco; è corsa davanti alla canonizzazione di Paolo VI e di Padre Pio.

L'ex arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, protestava per l'eccessiva esposizione mediatica di Woytjla e per gli inarrestabili viaggi solo quasi all'estero che mortificavano le chiese locali.

Il teologo e padre conciliare Giovanni Franzoni che avrebbe dovuto rappresentare i dubbi sollevati contro la beatificazione viene ascoltato dal Tribunale Canonico solo nel 2007, rilascia la sua dichiarazione giurata il 7 marzo dello stesso anno; ma già nel 2005, Franzoni, anima ed è uno dei firmatari di un "appello alla chiarezza" sulla "beatificazione subito" del papa polacco.

Insieme a Franzoni, hanno firmato il manifesto altri tredici esponenti del dissenso cattolico, fra teologi e scrittori. Oltre a Franzoni e all'ex docente salesiano Giulio Girardi, tra i firmatari figurano: Jaume Botey, Casimir Marti e Ramon Maria Nogues (Barcellona), Jose Maria Castillo (San Salvador), Rosa Cursach (Palma de Mallorca), Casiano Floristan (Salamanca), Filippo Gentiloni (collaboratore de «il manifesto») e Jose Ramos Regidor (Roma), Martha Heizer (Innsbruck), Juan Jose Tamayo (Madrid), Adriana Valerio (Napoli).

L' "Appello alla Chiarezza" consta di sette punti:

1° - La repressione e l'emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi, mediante interventi autoritari della Congregazione per la dottrina della fede.

2° - La tenace opposizione a riconsiderare – alla luce dell'Evangelo, delle scienze e della storia – alcune normative di etica sessuale che, durante un pontificato di oltre 26 anni, hanno manifestato tutta la loro contraddittorietà, limitatezza e insostenibilità.

3° - La dura riconferma della disciplina del celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina, ignorando il diffondersi del concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell'abuso di ecclesiastici su minori.

4° - Il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l'impedimento a che le Autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell'Istituto per le opere di Religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco Ambrosiano.

5° - La riaffermata indisponibilità del pontefice, e della Curia da lui guidata, ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa cattolica romana.

6° - Il rinvio continuo dell'attuazione dei princìpi di collegialità nel governo della Chiesa romana, pur così solennemente enunciati dal Concilio Vaticano II.

7° - L'isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, e l'improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all'Argentina, dal Guatemala al Cile – che in America latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le «strutture di peccato» dei regimi politici dominanti e dei poteri economici loro alleati.

«Il pontificato di Giovanni Paolo II – sottolinea il teologo Franzoni – è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina della fede), che hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica». I religiosi non «in linea» sono stati richiamati all'ordine o allontanati.

I provvedimenti punitivi non hanno dato agli imputati il modo di difendersi adeguatamente.

«Wojtyla non volle mai ricevere pubblicamente in udienza i "dissenzienti"» aggiunge Franzoni. «Quale che sia stato l'intimo convincimento della persona Wojtyla, è un fatto che le scelte del papa hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava come nemici "quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue.»

"Il caso di Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador, e sicuramente la punta dell'iceberg di una politica vaticana molto dura nei confronti di teologi e religiosi fortemente impegnati in cause sociali, specie in Sudamerica. Romero, che beato non lo è ancora diventato a causa del pollice verso di parecchi cardinali, continua a essere inviso alle alte gerarchie vaticane pure da morto"

E' sufficiente ricordare il caso del vescovo brasiliano Pedro Casaldaliga, redarguito dalla Santa sede nel 1983 per il solo fatto di avere esposto il ritratto del vescovo di San Salvador all'ingresso della sua chiesa a Sao Felix do Araguaia, in Brasile. La causa a carico di Casaldaliga fu intentata dalla Congregazione per la dottrina della fede, al vertice della quale sedeva all'epoca l'attuale successore di Wojtyla, cardinale Joseph Ratzinger.

Tutto si tiene, in una forte continuità

In oltre venticinque anni di pontificato Giovanni Paolo II ha mostrato ostilità nei confronti di numerosi religiosi, preti, vescovi che, ispirandosi principalmente alla «Teologia della liberazione», vedevano nella fede cristiana una via d'uscita dall'oppressione. Una teologia rispetto alla quale all'inizio lo stesso Romero riteneva di non essere in sintonia, e della quale poi fini per incarnarne in modo esemplare lo spirito. Nessun vescovo dell'America Latina apertamente schierato con la Teologia della liberazione è stato eletto cardinale da Wojtyla. Non solo: il papa ha portato nella curia romana prelati latinoamericani accaniti avversari della Teologia della liberazione e, spesso, pure non troppo coperti amici di dittatori.

Eppure di politica Giovanni Paolo II ne ha fatta. Ha contribuito a finanziare un sindacato polacco, Solidarnosc, nato nel settembre 1980 in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica e diretto da Lech Walesa. Solidarnosc si imporrà negli anni come il movimento di matrice cattolica e anticomunista fortemente avverso al governo centrale polacco. La battaglia contro il regime comunista era perfettamente in sintonia con la tenace campagna di Wojtyla in difesa del cristianesimo. Una battaglia per la quale ogni mezzo è lecito, anche il più spregiudicato.

La vicenda Solidarnosc apre un'altra zona d'ombra del pontificato.

Chi finanziava il movimento?

Tra i principali sponsor c'era lo Ior, la banca vaticana diretta all'epoca da un vescovo americano spregiudicato: Paul Casimir Marcinkus.

Incrociare Marcinkus è come avviare un film che racconta un pezzo importante di storia criminale d'Italia. Con tutti i suoi protagonisti.

Sindona, Calvi, Licio Gelli e la P2, Umberto Ortolani, la mafia e Pippo Calò, Flavio Carboni, cardinali senza scrupoli, esponenti di spicco dell'Opus Dei e lotte di potere interne al Vaticano.

Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un'ombra nera. I giudici italiani che si occupavano del processo per il crac del Banco ambrosiano di Roberto Calvi, trovato morto a Londra sotto il ponte dei Frati neri il 18 giugno 1982, erano giunti alla conclusione che monsignor Marcinkus, come presidente dello Ior, aveva gravissime responsabilità nella vicenda.

Per questa ragione dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere interrogato.

La richiesta ufficiale fu inviata alla Città del Vaticano. Marcinkus, presentandosi davanti ai giudici, poteva dimostrare limpidamente la sua innocenza e l'infondatezza delle accuse addebitategli. Ma la linea difensiva della Santa sede fu un'altra. Non si interessò di accertare se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma respinse, semplicemente perché contrarie ai Patti Lateranensi, le richieste della magistratura italiana, poiché queste avrebbero interferito in un ambito, e all'interno di uno Stato, in cui l'Italia non poteva entrare.

Il Vaticano si fa scudo della sua extraterritorialità.

La domanda che resta non e tanto quella relativa alle responsabilità giudiziarie. Piuttosto è un'altra: Giovanni Paolo II favori l'accertamento della verità sul caso Ior?

Secondo Franzoni, «la risposta e negativa».

Per comprendere appieno le responsabilità del Vaticano nella vicenda del Banco ambrosiano e utile ricordare una lettera drammatica scritta dal banchiere Roberto Calvi il 5 giugno 1982 e indirizzata proprio a Giovanni Paolo II. La lettera viene resa pubblica dal figlio di Calvi che da anni si batte per far emergere la verità.

Queste le parole che scriveva Roberto Calvi a meno di due settimane dalla sua morte: «Santità, sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior; sono stato io che su preciso incarico di suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest; sono stato io che di concerto con autorità vaticane, ho coordinato in tutto il Centro e Sudamerica la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste, e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità a cui ho rivolto sempre il massimo rispetto e obbedienza».

Già nel giorno dell'annuncio della beatificazione, molti sono stati coloro che hanno criticato la scelta denunciando le responsabilità di Wojtyla nel coprire religiosi colpevoli di abusi. «E una delusione per noi, in quanto vittime di sevizie da parte dei preti, sapere che non sono state analizzate tutte le prove che testimoniano come Karol Wojtyla era al corrente di questi crimini» denuncia Joaquin Aguilar Mendez, portavoce della «Rete dei sopravvissuti alle sevizie sessuali» inflitte da alcuni preti. Alla base della protesta c'e la convinzione che Giovanni Paolo II fosse al corrente delle sevizie, ma abbia chiuso gli occhi per non sporcare l'onore della Chiesa romana. Secondo Mendez, che da bambino e stato vittima di un prete pedofilo, la beatificazione di Wojtyla indica che la Chiesa cattolica «vuole lavarsi le mani al più presto dello scandalo della pedofilia».

«Non è possibile che Wojtyla non sia stato al corrente del caso di padre Marcial Maciel, uomo di primo piano durante il suo pontificato» ha aggiunto Mendez. Maciel, il fondatore dell'ordine dei Legionari di Cristo morto nel 2008, all'età di ottantasette anni, ha avuto una figlia da una relazione clandestina ed è stato accusato di aver compiuto sevizie sessuali su otto ex seminaristi. Nel 2006 e stato sottoposto dal Vaticano a restrizioni al suo ministero religioso. Ma non risultano mai arrivate denunce alla magistratura, dunque la Chiesa ha ritenuto l'abuso sessuale su minori un fatto interno e non un reato da denunciare pubblicamente.

E' pur vero che carte importanti che testimoniano il lungo duello tra Karol Wojtyla e i servizi segreti polacchi sono oggi a conoscenza degli storici. Preti infiltrati, cimici e pedinamenti per indebolire un uomo di fede che risultava scomodo al regime già prima di diventare papa. Woytjla è perseguitato almeno fino fino al 1978, questa parte della sua vita è fondamentale per capire le ragioni che portarono nei primi anni Ottanta Giovanni Paolo II a finanziare Solidarnosc con soldi dello Ior, probabilmente frutto anche di riciclaggio di denaro sporco, soldi della mafia.

Un fiume di soldi, spesso di provenienza misteriosa, attraversano paradisi fiscali e finiscono quasi per magia a finanziare gruppi come Soldarnosc e altri movimenti di resistenza al comunismo, e questo nulla ha a che spartire con la fede e le beatitudini.

il pontificato di Giovanni Paolo II ha ostacolato il cristianesimo del dissenso, i teologi della liberazione, la fede vista anche come impegno civile. Decine di attacchi contro singoli religiosi e contro movimenti cristiani duramente osteggiati e repressi in nome di un conservatorismo che invece ha portato al conferimento della prelatura personale all'Opus Dei di Josemaria Escriva de Balaguer. Riconoscimento che è arrivato proprio grazie a Giovanni Paolo II.

 

Lucio Galluzzi

 

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