vulcano_Marsili

Nei primi anni del secolo scorso, un ricercatore italiano, Luigi Marsili, individuò, nelle profondità delle acque del mare mediterraneo, la presenza di un vulcano che, stando alle stime del CNR, sarebbe il più grande d'Europa, misurando una lunghezza di quasi 70 chilometri e una larghezza di 30; al suo interno, sarebbe ospitata una camera magmatica dalle dimensioni di Km 4 per 2.

Topograficamente, il vulcano Marsili, che ha assunto il nome del suo scopritore, si ubica nella porzione meridionale del mare mediterraneo, alla distanza di 140 chilometri dalle coste siciliane e a 150 chilometri da quelle calabresi. Se esso non fosse sottomarino, si offrirebbe come una montagna alta circa 3.000 metri; per raggiungere la sua vetta, è sufficiente scendere ad appena 450 metri di profondità. Orograficamente, appartiene all'arco insulare delle Eolie.

Le rilevazioni condotte, soprattutto negli ultimi mesi, sulla sua attività, ne documentano la presenza di numerose frane lungo le pareti, le quali sarebbero foriere del suo imminente risveglio. Il cedimento dei suoi versanti, sarebbe suscettibile di muovere milioni di metricubi di materiale, i quali potrebbero determinare la comparsa di un maremoto di notevole portata. In conseguenza di tali smottamenti, si originerebbero movimenti tellurici capaci di incrementare ulteriormente la già considerevole consistenza dei maremoti, tanto da portare alla distruzione, nel volgere di pochi minuti, delle vicine coste calabresi e siciliane, e, successivamente, di quelle più lontane. Il fenomeno non assume il carattere di novità per le nostre coste, che nel passato hanno già subito ben 72 maremoti.

Riguardo la probabile eruzione del vulcano, soprattutto recentemente, si sono levate diverse opinioni: da coloro che ne contengono l'impatto alle sole regioni limitrofe, ad altri che ne dilatano le conseguenze su scala planetaria.

In ogni modo, gli studi riferiti sinora alla sua attività, non sono sufficienti per chiarire quando sia avvenuta la sua ultima eruzione, la quale si perde sicuramente in epoche assai remote. E' però importante non sottovalutare il fatto che, in particolare negli ultimi mesi, esso stia emettendo appositi segnali che costituiscono oggetto di studio da parte della nave oceanografica “Urania” del CNR. Si tratta di segnali che destano non poche preoccupazioni, i quali non consentono tuttavia di raccogliere indizi significativi tali da azzardarne una attendibile previsione circa la sua più o meno imminente eruzione.

Quel che invece dovrebbe essere prioritario fare, sarebbe sottoporre a un più accurato controllo la sua attività, magari provvedendo l'area interessata di una rete di sismografi. Purtroppo questo pare non sia possibile. A non consentirlo, sarebbe l'apposito e più che contenuto bilancio di spesa. Dimostrando così come torni a riproporsi drammaticamente la più assoluta irresponsabilità dei nostri governanti di fronte a singolari e impellenti contingenze: infatti, mentre non esitano a distrarre tranquillamente cospicue somme di denaro da destinare all'alimentazione di scellerate avventure belliche, non si preoccupano minimamente di stanziare i fondi necessari per fronteggiare preoccupanti emergenze ambientali che potrebbero mettere in serio pericolo l'intera collettività.

Il carattere di estrema gravità che presenta questa situazione, è stato responsabilmente rimarcato dal Prof. Franco Ortolani, Ordinario di Geologia e Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio dell'Università di Napoli, il quale si è così espresso in proposito: “Il dato preoccupante è che le aree costiere italiane a rischio tsunami, già individuate con vari studi, ancora non sono tutelate da interventi strutturali preventivi, né da attive misure di monitoraggio, di didattica e protezione civile”. Quindi, così prosegue: “Un dato preoccupante, è rappresentato dall'evidenza che ben 18 tsunami del passato (di diversa importanza) sono avvenuti nei mesi estivi, quando centinaia di migliaia di persone sono distribuite lungo le coste e le spiagge. Alla luce del recente allarme lanciato dall'INGV, mi sarei aspettato un tempestivo intervento da parte del governo, un'interpellanza parlamentare sui rischi, qualche azione per introdurre le necessarie precauzioni....Mi auguro che i rappresentanti delle istituzioni non attendano il prossimo maremoto per avviare azioni di prevenzione”.

La domanda che però con preoccupazione ci si pone è, con angosciante impellenza, un'altra: quando potrebbe di nuovo eruttare il vulcano Marsili? La risposta a questo inquietante interrogativo la fornisce il Prof. Enzo Boschi, Presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il quale così la riassume: “Di certo c'è che in qualunque istante potrebbe accadere l'irreparabile e noi non lo possiamo stabilire”.

A quanto pare, non c'è da stare tranquilli.

Piero Tucceri

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