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Roteano nei gorghi del Tevere zattere di ciarpame, cefali annegati, corolle di rami, fronde, buste di plastica, cime strappate, gavitelli disancorati, strane carcasse rigonfie violacee, il fiume color tabacco sciabordante nella bruma, nubi temporalesche si avvicendano nel bailamme grigio plumbeo all'orizzonte,

un airone cinerino trasvola verso la foce indistinguibile, le barche alle sponde levitate dalla piena sfrigolano sulle cime d'ormeggio, caracollando sinistre avanti ed indietro, il vecchio aveva acceso il fuoco nella stufa di ghisa, s'arrotolò una sigaretta, l'accese guardando al fiume sibilante, quindi si stese sulla branda, s'avvolse a fatica nel mucchio di coperte lerce e putride, tossì, scattarrò sul pavimento di assi sconnesse.

 All'alba s'alzò, scese con una pentola sulla banchina, la riempì d'acqua macilenta, ritornò alla baracca di lamiera, rinfocolò il fuoco nella stufa, vi adagiò sopra la pentola, quando l'acqua bollì la versò in un bricco di latta, vi mischiò del tè in polvere, lo bevve con calma fumando una sigaretta, si lavò al fiume, quindi si diresse sulla strada vicinale, frugò dentro il cassonetto della spazzatura, ne tirò fuori alcuni quotidiani, stecche di legno, scatole di cartone, il manico di una scopa, una bambola. Un'auto della polizia gli passò accanto, due agenti lo guardarono. Fermarono la macchina, scesero.

'Ce l'ha il permesso di soggiorno?'

Lui negò col capo. Lo portarono via dentro l'auto senza neanche fargli prendere le sue cose.

Lo condussero al centro di detenzione di Ponte Galeria. Il vecchio non aveva proferito una parola, salvo dettare le proprie generalità all'ingresso.

Il mattino dopo lo trovarono dentro la cella che s'era impiccato, aveva un sorriso strano, i denti sorprendenti in rilievo bianchi ed immacolati, le folte sopraciglia spioventi sugli occhi vividi.

'Chi è?' chiese l'appuntato.

'Un vecchio marocchino, dicono che fosse un poeta nel suo paese'  disse il secondino.

Appuntato e secondino tagliarono la corda, adagiarono il corpo nella brandina.

'Dio, quanto puzza!'

'Sono i miasmi postmortem!' disse il secondino, arricciando il naso.

'Un poeta dici?'

'Così dicono qui, poveretto!'

'Cosa ci è venuto a fare qua?'

'Dicono che avesse perso la moglie anni prima'  il secondino si grattò la nuca.

'Strano, uno dei pochi vecchi ad emigrare, sono sempre i giovani che vanno via'

'Come si chiamava?' chiese l'appuntato.

'Boh!'

'Non ce l'ha un nome?'

'Non credo che gli importi ora!'

Seguì il silenzio, gli occhi fissi sul corpo del vecchio.

  

'Ibrahim! Ora lo ricordo!'  esordì il secondino.

 'Ibrahim?'

'Sì, Ibrahim!'

L'appuntato gli frugò nelle tasche della giacca consunta. Ne estrasse un biglietto sgualcito.

Lo portò ala luce, c'era scritto a penna in italiano: 'Ci vuole il tempo che ci vuole per morire, il mio era arrivato, seppellitemi sotto terra, sottoterra su un fianco, la testa orientata verso la Città Santa della Mecca, ma prima rifatemi la barba e lavatemi, chiamate un Muezzin per la Salatul Janazah, con cui chiedere perdono per il mio peccato ad Allah , per favore e scusatemi del disturbo, Inshallah!'

Marcello Chinca

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