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Il peso più terribile dello Stato fu annunciato da Hobbes nel XVII secolo e poche teste pensanti l'hanno capito. Lo vediamo in atto questi giorni dopo le rivolte dei paesi arabi, dove, buttata giù l'effigie del Rais di turno, rimane tuttavia intatto tutto l'apparato dello Stato previgente col suo invaso di consolidati interessi e la perdurante minaccia rappresentata dai vertici militari.

Tutto il fatalismo, anche di colui che preferisce emigrare, si basa su ciò: che disfatta l'effigie simbolica di quello Stato, ne rimane il corpo recalcitrante ad ogni istanza vera di libertà che è sempre anzitutto la messa in discussione della iniquità della distribuzione economica.

Ciò dimostra in forma chiara la carenza di un supporto intellettuale che faccia chiarezza  sulla posta in gioco, si sarebbe dovuta colpire sì l'effigie, ma anche il marasma dei privilegi che è sempre alla base dell'ingiustizia sociale.

Al contrario si evoca il miracolo di un'emancipazione possibile che nemmeno si è cercato di elaborare adeguatamente. Col risultato appunto di rafforzare quel senso di incredulità sulle chance vere di cambiamento, ma anche lasciando invariata la superstizione dell'inevitabilità dello Status Quo.

Questa circolarità della Storia risulta così nell'usuale prosecuzione della ripetibilità dei mali endemici che si vorrebbero colpire. Ci vorrebbe un Voltaire o un Marx ma l'intellettuale odierno è unicamente interessato alla propria adulazione nel sistema di Mercato e ciò a discapito di una strenua ricerca della verità. In fondo l'intellettuale si occuperebbe oggi più esaustivamente di paleontologia pur di non farsi trascinare in dispute escatologiche.

Tutto diventa fluido, meno che il convitato di pietra del Potere. E' che si corre sempre il rischio che anche nei reparti della sedizione ci sia colui che in barba a tutto faccia il doppio gioco.

Dovrebbe intendersi la lotta politica nelle modalità di una commedia degli equivoci con cui dissimulare l'azione in una prassi soltanto teorica e quindi innocua.

Presentarsi in definitiva come scapestrati affabulatori quando in realtà si staranno rafforzando i propri arsenali, limando a puntino piani d'occupazione, blitz senza spargimenti di sangue con cui neutralizzare i centri della comunicazione da sempre i veri megafoni delle ragioni d'ogni tirannia.

Compito allora dell'intellettuale sarà quello di incrinare il senso diffuso della diffidenza, se non della rassegnazione, incrinarlo a tal punto da farlo partecipe all'istanza di cambiamento contro un blocco di Potere che sarà sempre solo il risultato di questa diffusa superstizione, ma anche la ragione della sua fragilità intrinseca.

Ma ciò dovrà farsi con idee chiare, principi ben distinti da quelli in vigore. Solo così anche il piccolo si sentirà grande. Dalla risonanza suscitata da un tale fermento il cui viatico migliore sarà sempre l'intransigibilità col Potere, si farà davvero credere ad un corpo forte e vivo anche laddove si tratterà ancora solo della sua ombra.

Marcello Chinca



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