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Nessuno crede più a nessuno, ciascuno sa sempre il fatto suo. Maldestramente ciascuno possiede il proprio metro di paragone e ciò anche nell'espressione del disprezzo.

Ma è fatalmente nel giudizio estetico che si prospera dietro le cortine di un solo supposto diritto di critica. Anche chi è sottratto all'insorgenza del livellamento culturale mostra un senso del pudore insospettabile, nel modo in cui s'ostina alla demolizione dell'altro unicamente sulla base del riscontro di elementi del tutto estrinseci.

Veri e propri tratti di malignità nascondono sempre in se la diffusa tendenza al sadismo sociale in relazione a tutto quanto si mostra inconveniente allo stile sobrio, pseudo-democratico consigliato, senza che si sospetti nemmeno di trasformarsi in tal caso in agenti della reprimenda se non della più ottusa repressione dell'innocuo in una società che non riesce neanche più a reprimere i suoi delitti più veniali. Ci si sofferma sull'apparenza, anzi ci si inchina ad essa prima di chiunque altro.

L'accusa di volgarità è la più ricorrente ma anche la più abusata con la quale una donna si rivolge alle spalle di un'altra. In realtà si colpiscono sempre qui le potenzialità dell'antagonista nel suo manifestarsi pubblico. Si certifica anche qui la legge universale  della concorrenza ma nell'ambito qui specifico del traffico sessuale. L'esibizione è pur sempre un colpo basso vibrato dall'antagonista.

L'accusa si incentra nel suggerire che in quell'esplicarsi vistoso della concorrente si annidi sempre l'indice più calzante soprattutto del suo carattere. Nel formularla ci si erge sul pulpito del censore, si modella l'accusa con una tale drasticità tale da non ammettere replica. Non che in alcuni casi quest'accusa sia priva di senso.

E' che sul presupposto della violazione del Common Sense si cela sempre l'ostinata trincea di un dogma crepato da tempo, eppure mai come nei giudizi estetici si riscontra l'effettività e il consolidamento del dogma stesso, tale è la caparbietà con cui si manifesta.

Nel giudizio morale si colpisce sempre la presunzione d'ingenuità che non si conformi alla sobrietà consigliata. Tutto quanto si presenti allo sguardo altrui dovrebbe rimanere impenetrabile nella sua intenzionalità. Se al contrario si apre troppo, se questa intenzionalità dovesse risultare troppo evidente, ciò sarà visto come affronto, slealtà della concorrenza, slealtà vista però sempre, ovvero fatta passare, come sotto il filtro pseudo-oggettivo dell'evidenza del decadimento del gusto.

Il Bello deve essere insomma  racchiuso tra le  mura del suo ordinamento e così tutto quanto si richiami alla fecondità della natura umana che sia manifestazione tangibile della sua rigogliosità. L'immagine migliore rimane sempre quella dove non sia mai enunciabile l'intenzionalità, cioè quanto è sano deve sempre conformarsi al massimo al principio della propria incomunicabilità.

Da questa velenosa ripugnanza che è in fondo solo un odiare la vita provengono però tutti quelli che adorano esageratamente la floricultura. Un paradosso si direbbe ma che chiarisce molto sulla questione

Marcello Chinca


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