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La Coscienza dell'Illiberalità del nostro tempo deriva dalla pressione perentoria con cui si inocula come costante l'esigenza di guadagnarsi da vivere. Anche chi non lavora affatto o chi abbia un'occupazione che non lo aggrada è chiuso ermeticamente dentro questo assioma ideologico.

Una perentorietà che però mal si adatta ad un Sistema che incoraggia e permette occasioni di profitti ragguardevoli sulla pelle generalmente di chi vive di lavoro retribuito. Così se da un lato si afferma moralisticamente l'esigenza di trovarsi un lavoro per giungere a certi risultati sociali, dall'altro si avvantaggiano di fatto quei pochi che proprio a causa di rendite di posizione e sfruttamento del lavoro altrui restringono le stesse potenzialità del mercato del lavoro ed in definitiva della sua solo supposta equanimità.<

Questo stato di cose che rappresenta un'ignominia non solo è tollerato ma addirittura incoraggiato sul presupposto che spetta solo all''individuo farsi fautore delle proprie fortune. Questo è lo status normativo evidentemente di chi comanda, non certo di quello che per vivere è costretto a servire.

Occuparsi della Polis richiedebbe partecipazione attiva e conoscenze non banali, per cui per chi sta sotto il pensare è sovente un discarico delle responsabilità sulle spalle dei specialisti, così esautorandosi dall'onere gravoso della partecipazione pubblica. Ci si rintana nell'involontario che fa del rinunciante un che di intercambiabile nel gioco societario, e proprio perchè auto-assuntosi nella propria marginalità altri, gli specialisti, pensano a suo posto. In questa rinuncia si pretende perciò di essere esentati dalla discussione pubblica, quando si sa che nella scelta delle priorità politiche ciò che conta consiste sempre nella ristrettezza numerica del centro di comando. Eppure vi si affida senza patemi finchè questa rappresentanza assicuri il minimo di una convivenza ordinata.

Una soggettività pensante è invece sempre un rischio immanente di frizione col Potere, proprio perchè il suo non inquadramento sistemico potrebbe trovare sponde insperate, contaggiare l'intero corpo collettivo, inducendo la naturale involontarietà delle masse ad una messa a fuoco che diverrebbe apologia critica se non unanime, tale da mettere in crisi l'opera sinora indisturbata del Centro del Comando.

La Rivoluzione si riscopre insomma come erompersi delle perplessità di poche teste pensanti, cioè di quella parte minoritaria della Società non allocata o allocata insoddisfacentemente nel mercato del lavoro, ma il cui pregio maggiore consiste spesso in un'alta specializzazione del proprio acquisito in termini di conoscenze e competenze professionali. Soltanto loro possono azionare il detonatore del cambiamento. Se si analizzano le recenti rivolte nordiafricane ci si meraviglia del grado di scolarizzazione e conoscenza di lingue straniere di quasi tutti i suoi promotori internauti, ragazzi o da poco adulti. Ogni Rivoluzione è perciò matura quando l'evidenza di un Sistema basato sull'ingiustizia del privilegio diviene perno su cui aderisce la quasi unanimità dell'opinione pubblica ma per giungervi è pur sempre necessaria la presenza di questo avamposto che si faccia avanguardia vigile, considerazione che ci riporta in linea dopottutto coi crismi imprescindibili di ogni Rivoluzione che si dica tale.

Marcello Chinca

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