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Nella parabola discendente del tardo berlusconismo può accadere davvero che le amministrative di Milano diventino uno spartiacque, il possibile inizio della fine di un’epoca e, dunque, l’oggetto di una contesa per la quale attivare ogni risorsa a disposizione.

A chiunque sappia ancora distinguere, informarsi e dare un nome alle cose, non può infatti essere passato inosservato che stiamo assistendo a uno spettacolo non solo all’insegna del cinismo ed incentrato al solito su paura e sicurezza, e dunque non nuovo, ma anche sempre meno vergognoso di sé, sempre più grossolano e plateale.

La campagna denigratoria contro il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia era iniziata già nei giorni che hanno preceduto le elezioni e ora, avvicinandosi il ballotaggio, assistiamo a una mobilitazione generale che non si fa scrupolo di ricorrere ad ogni mezzo. Il quotidiano Libero sabato 21 titolava: ”Pisapia farà di Milano la Mecca dei gay”; sarebbe proprio nel programma, secondo il quotidiano: Pisapia avrebbe intenzione di fare di Milano ”il punto d’incontro tra Islam e omo”. Libero fornisce così un ennesimo esempio di come sotto la falsa insegna del giornalismo ”militante” si sia da tempo ampiamente passato il segno, dando libero corso ai cattivi sentimenti, ad intolleranza, omofobia, razzismo palese.

Un attacco, quello nei confronti di Pisapia, che non usa certamente le armi del confronto tra le idee, ma quelle più familiari dell’aggressione personale, della deligittimazione che non si pone il problema di affermare il falso; in questo senso la linea di Libero si abbina perfettamente con lo spot della Lega, nel quale si presagisce il pericolo che con Pisapia a Milano potrà accadere persino di vedere degli stranieri che guidano il tram e viene evocato lo spettro di una società multietnica come il peggiore dei mali.

Con il berlusconismo sempre meno disposto anche solo a tentare di mascherare il suo volto peggiore, mentre si aggrappa con le unghie alla sua roccaforte, si gioca quella che è forse la carta della disperazione, tentando di far leva ancora una volta su quelle stesse forze che al blocco delle destre hanno tributato il loro consenso nel 2008. Lo si fa con rinnovata violenza e forse, proprio per questo, con ben minore convinzione, ripercorrendo schemi noti che finora sono stati tristemente redditizi, ma chissà se sono ormai logori, specie agli occhi degli elettori del centrodestra più vicini a una prospettiva veramente liberale, che non vorrano a queste condizioni rinnovare la loro fiducia, spostando così in modo decisivo l’ago della bilancia.

Perché una cosa, ammesso che sia mai stata in dubbio, ormai non può più essere travisata: chiunque oggi non prenda nettamente le distanze dal Pdl si assume una responsabilità storica e morale che, sebbene sia come sempre da contestualizzare, non è tuttavia diversa da quella di chi ha sostenuto il fascismo e in generale il peggio del peggio, ovunque esso si sia manifestato.

Contro questo schieramento di forze, che cavalca grossolanamente la paura, che presenta una società multietnica come la più temibile delle minacce e che per l’occasione si identifica senza scostamenti con l’identitarismo padano, per qualificare il programma di Pisapia e l’indirizzo complessivo della sua proposta basterebbe usare un solo aggettivo: ”democratico”, ove si consideri che una democrazia avanzata deve garantire la tutela della minoranze e realizzare integrazione ed inclusione.

Questo contrapporsi di due visioni antitetiche della politica e della convivenza civile, fa sì che Milano possa davvero rappresentare un punto di svolta decisivo, e che proprio la democrazia sia la posta in gioco. L’auspicio è che lo spettro della paura, che ha fatto le fortune di questa destra, possa riverlarsi questa volta, se non la sua tomba politica, almeno una scelta non redditizia.

Pier Paolo Caserta

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