pearl jam mostra fotografica

ROMA - Inaugurata il 13 giugno negli spazi dell’Auditorium Parco della Musica “Five Horizons”, la prima retrospettiva fotografica interamente dedicata ai Pearl Jam, filtrata dalla lente di grandi fotografi che li seguivano dagli esordi, come Lance Mercer e Charles Peterson, fino ai più recenti scatti di Steve Gullick e Danny Clinch.

A poco più di 20 anni dal debutto un omaggio non solo al gruppo di Seattle, tra i principali esponenti della musica grunge, ma anche ad ogni fan in tutto il mondo.

La mostra propone una settantina di scatti che immortalano alcuni dei momenti più significativi della carriera dei Pearl Jam, dalle sessioni di registrazione in studio ai tour mondiali, come la prima tappa europea, Londra, il 4 febbraio 1992. O l’esibizione “casalinga” a Seattle per il Drop in the Park Free Show, che spinse sul posto 3000 ragazzi ad iscriversi nelle liste elettorali, perché come disse Eddie Vedder, voce e frontman del gruppo, “se non voti non puoi lamentarti” e che vide la partecipazione di altri grandi della musica, come i Seaweed - sempre della scena grunge locale – il cantautore folk alternativo Pete Droge e il gruppo rap dei Cypress Hill.

A catalizzare l’attenzione di fan e fotografi erano spesso le evoluzioni acrobatiche di Eddie Vedder, che descrive quei momenti spericolati: “facevo finta di saltare da una parte, poi all’ultimo momento cambiavo traiettoria e vedevo la folla ondeggiare e spostarsi in massa per prendermi al volo”. Mentre Robert MacKenzie, fotografo e testimone dalla prospettiva opposta, ricorda “il mare di mani che si agitavano verso l’alto” mentre Eddie era sul traliccio, catturando “l’energia e l’emozione”.

Pistoia 2006 Oltre alle foto di Danny Clinch relative all’esibizione veronese del 2006 – in cui “My Sharona” divenne “My Verona” – troviamo anche gli scatti di Alessio Pizzicannella del concerto di Pistoia, ultima delle cinque tappe italiane dopo Bologna, Milano e Torino. L’evento si aprì con “Interstellar” dei Pink Floyd e finì con “Rockin’ in the free world” di Neil Young, in mezzo un paio d’ore di Pearl Jam. “Avere a disposizione solo i primi tre brani per fotografare un concerto può essere a volte veramente frustrante”, dichiarò Pizzicannella, “ma in serate come questa sono ben contento di mettere giù la macchina fotografica, impugnare una birra e andare a godermi il concerto insieme a tutti gli altri, perso nella folla, perso nella musica”.

Infine le celebrazioni del ventennale di carriera apertesi nel 2010, dall’Alpine Valley Music Theatre di East Troy, nel Wisconsin, alla decina di date canadesi, fino al concerto allo stadio di La Plata, in Argentina. “Penso che stiamo vivendo una seconda giovinezza”, le parole di Stone Gossard, “ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo a suonare ancora nello stesso gruppo dopo tutti questi anni”.

Le radici della band si possono far risalire al 1984, quando Jeff Ament, bassista, e Stone Gossard, chitarrista, erano parte dei Green River, formazione che prendeva il nome dallo pseudonimo di un serial killer attivo in quel decennio. Dalla scissione dei Green River nacquero i Mother Love Bone, con Ament, Gossard, Bruce Fairweather, altro chitarrista, ed Andrew Wood come voce, anche se la morte di quest’ultimo per overdose di eroina nel 1990 sembrò dare una brusca frenata all’ascesa verso il successo internazionale.

Ma la PolyGram, etichetta discografica sotto cui i Green River erano contrattualizzati, decise di pubblicare postumo il loro primo album “Apple”. Bruce Pavitt, produttore discografico e anima della fanzine (fusione di fan e magazine, traducibile come rivista amatoriale) Subterranean Pop, definì il loro brano “Dry as a bone” come “un grunge ultraviolento che ha distrutto il senso morale di una generazione”, nasceva il Seattle Sound. Il progetto riprese nuova linfa, Eddie Vedder, all’epoca benzinaio, divenne il cantante e con David Krusen alla batteria, il 10 marzo 1991 prendevano ufficialmente corpo i Pearl Jam. 

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