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jeff jervis

Jeff Jarvis guru dell'open web, giornalista - fondatore di Entertainment Weekly, sunday editor e associate publisher del New York Daily News e columnist del Guardian - deus ex machina del popolarissimo blog BuzzMachine, scrittore (indimenticabile il suo What Would Google Do?) e professore alla Graduate School of journalism della City University della Grande Mela, è uno dei pochi addetti ai lavori che sono sempre stati un passo avanti nel capire le dinamiche della comunicazione, fra i primi ad afferrare che tecnologia e new media hanno spostato per sempre i cardini del mestiere. E' stato il protagonista di un intervento assolutamente illuminante.

"Continuare a innovare, sempre".
È da qui che bisogna ripartire per salvare l'informazione di qualità, scovare nuove strade.
All'evento organizzato da Google Jeff Jarvis ha raccontato in un colloquio le sfide che aspettano l'universo dei contenuti online.

Qual è il modo per proteggere il giornalismo di qualità online, la strada per tutelarne credibilità e verifica delle fonti?

"Insegno entrepreneurial journalism a New York, quindi cerco proprio di fare questo, trasformare il giornalismo in modo che crei valore.
Una delle più grandi sfide è proprio quella che riguarda i presupposti del nostro mestiere. Il che ha un sacco di implicazioni.
Forse sono spesso andato troppo veloce, non so, ma è da sempre che mi interrogo sul vero significato della parola "contenuti".
Se hai un figlio, si tratta di un contenuto. Se ti stai spostando da una città all'altra, si tratta altrettanto di un contenuto.
Guardi un film? È un contenuto. Ma il giornalismo, allora, cos'è?
Credo in realtà che si tratti di un servizio.
Un servizio per informare le persone.
E il singolo contenuto è solo uno degli strumenti con cui mettere in atto questa funzione.
Ne abbiamo così tanti di nuovi strumenti per fare questo mestiere, strade inedite.
Pensa alle piattaforme su cui dare alla gente la possibilità di condividere le proprie informazioni, le analisi, il data journalism, la tecnologia indossabile che può fornirci nuovi spunti.
Anche pensare al mondo dell'informazione secondo lo scontro stampa/digitale è ormai roba passata.
La tua domanda, comunque, rimane irrisolta.
Non sono ancora sicuro di quale sia la risposta, ma ci sono molte opportunità: se guardiamo al lato economico di ciò che chiamiamo industria dei contenuti una cosa che dobbiamo mettere sotto la lente, e non sempre è facile farlo, è quella di cercare una nuova efficienza.
Un quotidiano non deve veicolare ogni informazione a chiunque:può e deve fare business trasmettendo contenuti di un certo tipo.
Si può specializzare, spacchettare i suoi temi, dando così più valore a ciò che scrive.
Dal lato degli introiti ci sono possibilità.
Dovremmo davvero imparare da Google: capisco che parlarne dopo lo scandalo dell'Nsa, che voi in Italia avete ribattezzato Datagate, sia controverso, ma è così.
Quando comunichi felicemente le indicazioni su dove devi andare, i dati delle tue e-mail, usi il telefono come carta d'imbarco per l'aereo metti comunque in atto una transazione.
E dove c'è una richiesta di contenuti c'è valore".

Un nuovo genere di transazione? Non pago sempre o solo con i soldi, pago con i miei dati.

"Esatto. È come se dicessi a Google "dammi più contenuti di valore in cambio". Ma attenzione: non ti stai vendendo a Google o a un altro motore di ricerca. C'è sempre una ragione dietro alle tue richieste e alle tue concessioni.
Google ha capito che il contenuto è univoco, parla delle persone. Ed ha il meccanismo per capire cosa vuoi e cosa cerchi.
Questo è il lato divertente della cosa: spesso non sai nemmeno tu cosa ti serve esattamente e Big G ci arriva prima.
L'altro giorno ho letto un editoriale sul Guardian, diceva che l'Nsa ha realizzato che i contenuti valgono oro.
Grande scoperta. Google lo sa da sempre, non dei media, semmai, non riusciamo spesso a capirlo fino in fondo.
I contenuti possono essere l'inizio di una relazione con l'utente/lettore.
Dobbiamo accettare la sfida e rivederci come artigiani dei contenuti. Quella è la strada".

Cosa ne pensa dello scenario italiano, dove queste dinamiche faticano a imporsi e il problema è spesso generazionale?
La sua generazione, negli Stati Uniti, era già apripista, da noi è in corso una guerra civile fra vecchia e nuova scuola?

"Spero e credo che quasi tutti gli editori capiscano la lezione e facciano di più.
E se anche ci sono difficoltà, devono per forza adattarsi al contesto. Sono obbligati a innovare.
Per esempio, la banda larga in Italia potrebbe essere più diffusa, però ci sono un sacco di smartphone nelle tasche dei cittadini.
Bene, forse c'è una sfida da poter far fruttare traslocando direttamente dal mondo web a quello mobile, saltando un passaggio.
Anche noi dobbiamo cambiare: scriviamo articoli, raccontiamo storie che tanti anni fa sono nate per stare in una pagina.
Oggi bisogna strutturarle in un modo diverso.
Non solo scrivere una storia ma connettere più storie.
Pensa negli Stati Uniti ad Andy Carvin, che si occupa di community online per la National Public Radio americana e che ha un enorme fiuto giornalistico e per i contenuti.
Probabilmente non ha mai scritto un articolo in vita sua".

Film, musica, libri, arte: dobbiamo anche trovare un nuovo sistema di guardare al copyright in Rete?

"Credo che sia il caso, di nuovo, di concentrarsi su un punto. E cioè sul fatto che la manifattura dei contenuti crea valore.
Non possiamo più metterci seduti intorno a un tavolo e cercare di proteggere con le unghie quel che abbiamo realizzato.
Se il nostro business, e quello di chi realizza questi contenuti, si trasforma nella difesa spasmodica di una piccola fetta, moriremo tutti.
Dobbiamo tirare fuori dal cilindro nuovi modelli, proprio ciò che non sta succedendo nella maggior parte dei gruppi editoriali del mondo, che continuano a chiedere leggi e protezione del diritto d'autore alle amministrazioni statali.
La difesa non è mai uno schema vincente per fare affari.
È un modello in stile zoo, nel quale per tutelare una manciata di contenuti lasciamo morire tutto il resto".

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