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Pubblicare sulla propria “bacheca” di Facebook un “post” nel quale si citi una persona, definendola “squallida”, è reato di diffamazione, e ciò a prescindere dalla veridicità o meno dei fatti addebitati al soggetto.

Il suddetto principio di diritto è stato recentemente affermato dalla Cassazione con una sentenza di fresca pubblicazione . ( in tal senso Cass. sent. n. 17603/16 del 29.04.2016)

La vicenda portata all’attenzione della Corte si riferiva più ampiamente anche a volantini sindacali diretti a un Preside ma è stata estesa a quello che è, al giorno d’oggi, uno degli illeciti più diffusi, ovvero l’offesa su Facebook.

Non si può non evidenziare come, allo stato, il linguaggio sui “social network” ( come Facebook o Twitter) abbia raggiunto livelli di sregolatezza insostenibili. Gli utenti, nel momento di giudicare e sbeffeggiare un’altra persona, si sentono stranamente più al sicuro dietro lo schermo che non in una piazza. Eppure, è l’esatto contrario. La velocità di diffusione delle informazioni tramite il web e la potenziale presenza di un numero illimitato di soggetti ha fatto sì che la giurisprudenza applicasse, per tutte le diffamazioni su internet, una apposita aggravante: quella dell’uso della pubblicità, paragonabile a quella dell’uso della stampa!

In questa sua ultima importante pronuncia giurisprudenziale, la Cassazione ricorda ancora una volta i labili confini tra il diritto di critica e la diffamazione: è difatti vero che la critica non è altro che un giudizio, un’opinione e, come tale, non deve necessariamente poggiare su presupposti oggettivi. Alla sua base ci sono, invece, valutazioni personali. Ciò nonostante essa è comunque lecita purché: A) il fatto addebitato sia di rilevanza sociale; B) l’espressione utilizzata sia “corretta”.

Ed è proprio quest’ultimo, però, l’aspetto più delicato. Quando un’espressione può davvero definirsi corretta e quando, invece, travalica tale limite? Nel rispondere a questo quesito, la Cassazione segue una linea ormai consolidata: la critica, per essere “corretta”, non deve trascendere in attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale, la sfera morale del soggetto criticato . ( in tal senso Cass., sent. n. 2247/2004). In definitiva, si può criticare l’operato di un soggetto (il suo “fare”), ma non la sua persona, ossia la sua moralità (il suo “essere”).

In sintesi – conclude la Corte – la critica non deve superare i limiti della cosiddetta “continenza espressiva”, concetto che significa “proporzione”: insomma le parole devono essere misurate ( in tal senso Cass. sent. n. 3356/2011). “Continenti” sono quei termini che non hanno equivalenti e non sono sproporzionati rispetto ai fini del concetto da esprimere. La continenza formale non equivale a obbligo di utilizzare un linguaggio grigio e poco incisivo, ma consente il ricorso a parole sferzanti, nella misura in cui siano correlate al livello della polemica, ai fatti narrati e rievocati.

In virtù di questi principi sanciti nel tempo, la Cassazione è irremovibile nel ritenere che costituisca diffamazione l’uso della parola “squallido”, proferita pubblicamente e riferita a una persona specifica o facilmente individuabile (non c’è bisogno di dire nome e cognome, come nel caso di “Il vincitore del concorso…”). Il che potrebbe avvenire – come spesso succede – su una bacheca di Facebook o in qualsiasi altro posto ove, a sentire, vi siano almeno due persone e non, invece, il soggetto criticato!

Foggia, 4 maggio 2016

avv. Eugenio Gargiulo

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