Nella circostanza in cui il coniuge venga sottoposto a costrizione psico-fisica, che incida sulla sua capacità di autodeterminazione, e costretto ad avere rapporti sessuali col proprio partner, allora il reato di violenza sessuale può configurarsi anche in una coppia sposata.

E’ quanto ha recentemente precisato la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, sentenza n. 15632/2016 , rigettando il ricorso di un uomo, condannato per violenza sessuale nei confronti della moglie.

La Corte Suprema ha evidenziato che, ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, è sufficiente qualsiasi forma di costruzione psico-fisica idonea a incidere sull'altrui capacità di autodeterminazione, senza che rilevi in contrario l'esistenza di un rapporto di coppia coniugale o para-coniugale tra le parti, né la circostanza che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali, subendoli.

Difatti, il reato in questione si manifesta laddove risulti provato che l'agente, per le violenze e minacce poste in essere nei riguardi della vittima in un contesto di sopraffazione e umiliazione, abbia la consapevolezza di un rifiuto implicito da parte di quest'ultima al compimento di atti sessuali.

I suddetti principi sono stati ribaditi, tra l’altro, in tempi recenti dalla stessa Corte di legittimità (in tal senso vedasi anche sent. 39865/2015).

Nella fattispecie in esame, gli Ermellini del Palazzaccio, correttamente e logicamente, sulla base delle dichiarazioni della parte offesa, hanno ritenuto sussistente la continua pervicacia nella sopraffazione sessuale dell'imputato nei confronti della moglie, ridotta, nell'ambito di una situazione di vero e proprio degrado familiare, anche a mero oggetto di piacere sessuale.

Pertanto, il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali!

Foggia, 5 maggio 2016

avv. Eugenio Gargiulo



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