Ed alla fine le ragioni dei cd. “avvocati esodati”, ovvero quei circa 30.000 legali italiani , costretti nell’ultimo biennio a cancellarsi forzatamente dai rispettivi albi professionali di appartenenza, esclusivamente per motivi di difficoltà economiche , hanno ottenuto il giusto riconoscimento da parte del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, chiamato a pronunciarsi sull’incostituzionalità o meno della norma di legge che ha reso obbligatoria l’onerosa iscrizione alla Cassa Forense indipendentemente dal reddito prodotto dal singolo professionista .


Finalmente , le nuove regole che impongono agli avvocati l’iscrizione obbligatoria alla Cassa forense come condizione per iscriversi o rimanere iscritti all’albo professionale sono finalmente al banco degli imputati; l’accusa è che, in tal modo, si finisce per privilegiare solo chi ha un reddito tale da consentirgli di pagare i contributi mentre per gli altri non resta che la cancellazione dall’albo.
Già il leader nazionale del movimento degli “avvocati esodati” ,l’avv. Eugenio Gargiulo, 46 anni di Foggia, in più occasioni aveva affermato sul web che si trattava di “oneri sproporzionati, arbitrari, irrazionali che violano la Costituzione, il diritto dell’Unione Europea e la Carta dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Ed ora la conferma ai dubbi sollevati dall’avv. Gargiulo, è arrivata puntualmente dal Tar Lazio con una sua recentissima sentenza , che aprirà nuovi scenari inimmaginabili nei prossimi mesi, “riaprendo di fatto” la possibilità, per molti giovani avvocati costretti a cancellarsi dall’albo, di ritornare ad esercitare dopo l’avvenuta forzata cancellazione dagli albi. ( in tal senso vedasi Tar Lazio, sent. n. 7353/16 del 24.06.2016)

Difatti, proprio il Tar laziale è stato chiamato a pronunciarsi sulla legittimità del regolamento attuativo della legge del 2012 (Regolamento attuativo ai sensi dell’art. 21, commi 8 e 9 l. n. 247/12) che ha imposto l’iscrizione automatica alla Cassa e la cancellazione dall’albo per quanti non pagano i contributi.
La pronuncia del giudice amministrativo termina con una dichiarazione di difetto di giurisdizione: il Tribunale ritiene infatti che a dover decidere sia il giudice del lavoro. Ma, prima di rimettere il fascicolo ai colleghi, i giudici amministrativi hanno espresso un parere favorevole alla tesi dell’incostituzionalità della nuova normativa, spezzando una lancia in favore dei ricorrenti ( un gruppo di avvocati che aveva impugnato la recente normativa sull’iscrizione obbligatoria alla Cassa) , sostenendone le loro legittime e valide argomentazioni giuridiche .
Molteplici i punti trattati dalla sentenza che fanno intravedere la possibilità di un futuro più roseo per chi oggi non riesce a pagare i contributi alla Cassa. Tutti gli avvocati – si legge nel provvedimento – hanno il diritto di permanere nell’unico sistema previdenziale, sia quelli che rientrano nei parametri stabiliti ex l. n. 576/80, sia quelli che non vi rientrano, con pari dignità professionale e pari diritto a restare nel “mercato”. Ebbene, questi parametri reddituali, fissati dalla Cassa con un proprio regolamento, sono stati di fatto decisi “dagli avvocati con più anzianità di servizio” (in quanto eleggibili) e, come tali – rileva il TAR – potrebbero avere uno specifico interesse corporativo a limitare l’accesso alla professione ai giovani, onde non subirne la concorrenza. Il contributo minimo obbligatorio, perciò è rimesso all’arbitrio della Cassa, non essendo stati fissati parametri di controllo e quelli “puntuali e precisi per l’esercizio della normazione secondaria”.
Seppur vero che sono state previste delle agevolazioni ma solo per i primi anni di esercizio della professione per passare poi alla contribuzione ordinaria. Dopodiché tutti gli avvocati, sono soggetti alla stessa contribuzione obbligatoria indipendentemente dall’età, dagli anni d’iscrizione e dal reddito nullo o superiore ai parametri fissati dal CNF. Il che contrasta con la Costituzione ai sensi degli artt. 2, 3, 4, 23, 33 co. 5, 41, 53, 97, 113, 114 e 117 Cost.

In tal modo, il giovane avvocato, dopo aver faticosamente conseguito l’abilitazione superando l’esame di Stato, rischia di non potersi iscrivere all’albo o di doversi cancellare e di perdere il diritto alla pensione. Il Tar evidenzia come questi limiti alla professione non colpiscano solo chi ha appena ottenuto l’abilitazione, ma anche i professionisti con 10 o più anni di anzianità che non raggiungono il minimo e sono costretti ad abbandonare la professione senza sapere se, quando e quanto prenderanno di pensione!
La legge 247/12 e le sue norme imperative , finiscono per costituire veri e propri ostacoli permanenti per l’accesso alla professione, ostacoli che non hanno un valido fondamento legale, penalizzando i professionisti più deboli e privi di sufficiente reddito, e premiando gli altri avvocati con maggiori redditi. Il che peraltro va contro un principio fondamentale del nostro ordinamento che è quello secondo cui a ciascun lavoratore deve essere garantito un reddito minimo per poter soddisfare i propri bisogni vitali, reddito che invece viene negato dalla riforma!
In ultimo, chiosa il TAR, se proprio si voleva restringere l’esercizio della professione era meglio prevedere il famoso “numero chiuso” piuttosto che giocare con i sacrosanti diritti al lavoro e alla pensione.
In definitiva, il Tar ha aderito in pieno a tutti quei concetti giuridici e di buon senso espressi in tempi non sospetti ed a più riprese sia sul web (http://www.reportonline.it/Societa/l-avv-gargiulo-capeggia-la-protesta-dei-30-000-avvocati-esodati-creati-dal-governo-renzi-ora-subito-un-lavoro.html) sia sui quotidiani locali ( L’Attacco) e nazionali ( Il Messaggero) dall’avvocato Eugenio Gargiulo, leader del movimento nazionale di protesta dei cd. “avvocati esodati”!

Foggia , 28 giugno 2016
avv. Eugenio Gargiulo

 

Nessuna connessione internet