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Originale quanto controversa sentenza del Tribunale di Foggia: la “relazione affettiva platonica”, instaurata da uno dei due coniugi tramite chat su Facebook o altro social network, può essere fonte di responsabilità nell’instaurato giudizio civile di separazione , salvo che il matrimonio fosse già precedentemente in crisi.

In sintesi, tradire su internet è, per i giudici pugliesi, come tradire fisicamente: è infatti considerata infedeltà coniugale la relazione intrattenuta dal marito o dalla moglie su chat come “Messenger” o su “Facebook”, con un’altra persona, con la quale sia chiaro il desiderio fisico e/o l’innamoramento. Pertanto, anche in questi casi, per il coniuge “traditore” scatta l’addebito salvo che questi riesca a dimostrare che il rapporto matrimoniale era già in crisi.

In più occasioni, in un recente passato, la giurisprudenza di legittimità e di merito , si è pronunciata sulla possibilità di dichiarare la responsabilità per il fallimento del matrimonio (cosiddetto addebito) nei confronti del coniuge che intrattenga una relazione platonica su internet. E tutte le volte in cui il rapporto telematico travalichi la semplice “amicizia virtuale”, sconfinando nel desiderio carnale o, comunque, in un legame sentimentale, non vi sono dubbi: per i giudici questo basta per essere dichiarati colpevoli della violazione dell’obbligo di fedeltà! ( in tal senso vedasi anche Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 9 maggio – 14 luglio 2016, n. 14414)

Tuttavia è importante evidenziare che, chi intrattiene “flirt virtuali”, può contare sulla “non punibilità” della sua azione se riesce a dimostrare che la vera causa della rottura del matrimonio non è stata la sua relazione su internet, ma essa va ricercata in situazioni pregresse, che già avevano sgretolato l’unità familiare. In definitiva, è sufficiente la prova che la vita di coppia fosse già compromessa, al fine di non subire l’addebito.

Non basta, infatti, evidenzia il Tribunale di Foggia, la sola violazione del “dovere di fedeltà”, ma occorre verificare se tale violazione sia stata la vera causa della crisi coniugale, oppure se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza.

La recente sentenza del Tribunale dauno collima perfettamente con l’ultima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione sulla medesima delicata questione , tanto che anche essa sottolinea come nel relativo giudizio di separazione si possono utilizzare ,come prove dell’altrui “tradimento virtuale” , anche gli sms e le “chat segrete”, carpite di nascosto dal telefono del coniuge: non conta che ciò sia avvenuto in violazione della privacy!

La sentenza ha sollevato un “vespaio di polemiche” - commenta l’avv. Eugenio Gargiulo, di Foggia, già noto ai più, per essere stato recentemente proclamato dall’autorevole Google Zeitgeist , l’avvocato italiano “più cliccato” sul web per l’anno in corso - in quanto appare alquanto “severa” nel considerare come fonte di addebito, per il coniuge “fedigrafo”, nel relativo giudizio civile di separazione , anche un platonico e solo “virtuale” tradimento , non caratterizzato da alcun tipo di “contatto fisico” tra i due amanti del web!!!

Foggia, 14 dicembre 2016
avv. Eugenio Gargiulo

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