Sicuramente, tra gli elementi che più rendono famosi l'Italia in tutto il mondo, possiamo trovare la buona cucina, lo sport come il calcio (anche se non mancano le scommesse sul tennis o sul ciclismo), i meravigliosi paesaggi naturali, la storia ricca di eventi e personaggi che sono al confine con la leggenda e così via.

Ma ovviamente non va dimenticata la musica perché, ebbene sì, il Paese dello Stivale non è famoso solo per le cosiddette “canzonette” che hanno fatto la fortuna di cantanti e meteore. L'Italia, infatti, è riuscita a rivaleggiare ed a “contrastare” persino dei grandi nomi inglesi ed internazionali sul loro stesso terreno di gioco.

 

Pentagrammi intricati, fraseggi di chitarra e di tastiera, liriche al limite tra filosofia e poesia, tempi dilatati, copertine da ammirare e decriptare in alcuni casi, insomma, in poche parole stiamo parlando del progressive rock

 

Un genere che, nella “madrepatria” del Regno Unito, ha visto l'avvicendarsi di nomi titanici come King Crimson, Emerson, Lake & Palmer, Yes, Genesis, Camel, Moody Blues, Jethro Tull, Caravan, Soft Machine, Van der Graaf Generator e chi più ne ha più ne metta!

 

Cerchiamo dunque, tra la più che oceanica discografia del prog nostrano, all'epoca definito anche come pop o rock sinfonico, cinque perle tra grandi e piccole che hanno fatto capire al mondo intero come l'Italia non sia solo pizza e mandolino.

 

Premiata Forneria Marconi (o PFM): Storia di un minuto

 

Non può esserci prog italiano senza citare la PFM ed il suo primo album. Un disco che intendeva racchiudere la giornata di un uomo in un solo minuto con intrecci di flauto, tastiere, violino e chitarre elettriche. Il risultato? Un autentico capolavoro forte anche di due “pezzoni” come “Impressioni di settembre” ed “È festa”.

 

Le Orme: Felona e Sorona

 

Si tratta di una scelta davvero difficile quella del terzetto, o quartetto a seconda dei casi, veneto. Prendiamo dunque il disco che venne registrato nuovamente in inglese per il mercato estero, un concept album che parla di questi due pianeti lontanissimi tra di loro, ma comunque uniti da un amore e da una forza che trascende le leggi dell'Universo.

 

Locanda delle Fate: Forse le lucciole non si amano più

 

Una parentesi breve quanto sfortunata per il corposo gruppo di Asti. Il disco era davvero un capolavoro di sinfonia e poesia, ma il problema fu il periodo in cui uscì. Era la fine degli anni Settanta e, tra colpi di punk e new wave, il progetto finì nel dimenticatoio con lo zampino della sfortuna. 

 

Buon vecchio Charlie: disco omonimo

 

Sicuramente in molti avranno presente il buon vecchio Richard Benson. Bene, prima di diventare un “personaggio”, era un semplice chitarrista che prestò la sua abilità sulla sei e dodici corde per questo complesso romano che tirò fuori un album davvero convincente, ma che la sfortuna e le difficoltà di pubblicazione relegarono nell'oblio fino alla ristampa degli anni Novanta.

 

Goblin: Profondo Rosso

 

Come fare ad uscire dal sottobosco musicale italiano ed internazionale? Affidandosi ad un regista giovane, ma già affermato, tale Dario Argento, che li sceglierà come musicisti per il suo thriller più famoso di sempre. Il resto è storia.

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